Secondo convegno diocesano sulla figura educativa retribuita che svolge servizi in parrocchia e attività con i ragazzi, soprattutto durante l’estate. Intervista a don Stefano Guidi

di Luisa BOVE

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Si terrà il 9 aprile online alle 10 il secondo convegno diocesano sulla figura dell’educatore retribuito dal titolo «Professione oratorio». Alcuni di loro sono assunti direttamente dal parroco, altri fanno capo a cooperative o enti. Non è facile quantificarli, ma potrebbero aggirarsi sui 200 operatori, con punte fino a 300 durante l’estate per l’oratorio estivo e altre iniziative proposte ai ragazzi. «Bisogna però distinguere tra gli educatori di oratorio propriamente detti e coloro che svolgono altri servizi educativi, come il doposcuola, e anche in oratorio, con mansioni specifiche o per un tempo preciso», chiarisce don Stefano Guidi, direttore della Fom.

Nel convegno di venerdì quali aspetti in particolare affronterete?
Vorremmo chiedere agli educatori professionali di avere uno “sguardo” particolare sull’oratorio. L’iniziativa del convegno è diocesana, quindi è la Diocesi stessa a chiederlo, è lei che convoca gli educatori, li raduna e suggerisce il tema per il confronto. L’idea è che con questi “sguardi” si qualifichi la presenza degli educatori. La Diocesi invita a un’alleanza educativa chiedendo agli educatori di esprimere il loro specifico, ma attivando anche collaborazioni con altre agenzie educative del territorio. Lo sguardo è una metafora che rimanda alla specificità di una presenza, con riferimento alla comunità, alla competenza pedagogica degli oratori, ai ragazzi.

E in tutto questo qual è il ruolo della Fom?
La Fom è preposta a coordinare gli oratori, quindi a promuovere iniziative di formazione come questa, l’incontro e il confronto tra educatori nel sostenere un’animazione del loro servizio professionale, nel condividere e diffondere un’attenzione ecclesiale e ai valori dell’oratorio.

Oltre al convegno ci saranno anche due laboratori. Come saranno strutturati?
I laboratori li abbiamo pensati esclusivamente per gli educatori professionali, mentre il convegno è aperto a tutti. In modalità normale i partecipanti si sarebbero confrontati in gruppo sulle tematiche proposte. Il convegno online non lo consente, perché è faticoso rimanere davanti a uno schermo per più di un’ora e mezza, quindi questo è l’unico convegno pensato in due momenti, per favorire il più possibile la partecipazione. Il laboratorio serve per approfondire alcune dinamiche e reciprocità educativa, come un educatore professionale – a partire dalle competenze acquisite in ambito pedagogico, sociologico e psicologico – vive la sua mission e si relaziona con la comunità, con i presbiteri e con gli incaricati di Pastorale giovanile che hanno la regia complessiva dei cammini educativi.

Gli educatori professionali hanno potuto lavorare malgrado il Covid e i vari lockdown?
Se l’educatore dell’oratorio lavora è perché l’oratorio lavora. La maggioranza degli oratori ha lavorato, ha mantenuto il rapporto con i ragazzi, appena è stato possibile ha ricreato le condizioni per incontri e attività, sempre nei limiti di ciò che è consentito. L’oratorio non si è fermato, ma ha lavorato al 20%. Questo ha comportato un impegno triplicato, perché il trasferimento delle iniziative sulle piattaforme online richiede tempi di preparazione molto più lunghi. Nonostante questo, tutti gli oratori hanno curato i legami con i ragazzi, gli adolescenti e i giovani, anche se il vissuto ordinario di un oratorio si è drasticamente ridimensionato. E di conseguenza anche gli educatori ne hanno risentito.

 

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