Redazione

«L’esempio di Edith Stein invita i giovani a lasciarsi interrogare dai segni che incontrano nella loro vita e a seguire con determinazione la Verità». Padre Paolo De Carli è un sacerdote che conosce molto bene la compatrona d’Europa canonizzata nel 1998 da Giovanni Paolo II. Non solo perché ne ha seguito le orme, consacrandosi alla vita religiosa nel Carmelo, ma perché ha voluto onorarne la memoria portando una mostra alla Giornata mondiale della Gioventù: quindici pannelli con le immagini e gli scritti della Santa, allestiti da 180 ragazzi del Movimento ecclesiale carmelitano.

di Andrea Rottini

«Quello che stupisce di Edith Stein è la passione infinita per la conoscenza e il suo sguardo aperto sulla realtà. Un atteggiamento che consentì a lei, di origini ebree, di arrivare al cristianesimo dopo aver conosciuto anche l’ateismo», dice padre De Carli. La conversione avvenne nel giro di una notte: la lettura dell’autobiografia di Santa Teresa d’Avila, presa a prestito a casa di amici, l’affascinó al punto da farle esclamare: «Questa è la Verità, e bisogna seguirla». Era il 1921, ma Edith, che era insegnante e teneva conferenze di filosofia in tutta Europa, su consiglio del direttore spirituale dovette attendere il 1933 prima di coronare il sogno di entrare nel Carmelo di Colonia, prendendo il nome di Teresa Benedetta della Croce. Con la promulgazione delle leggi razziali non c’era piu’ nulla che la trattenesse nel mondo.

«Se da un lato la conversione la sradicò dalla famiglia, dagli amici e dagli studi che amava, dall’altro la condusse sempre più nel cuore della realtà del suo tempo, caratterizzato dall’odio per il popolo ebraico, fino a condividere il dramma della Shoah». Questa sensibilità, che portò Edith Stein a sentirsi parte tanto di Cristo quanto del popolo eletto, divenne persino un problema durante il processo di canonizzazione: «Alcuni ebrei faticavano a riconoscere il nesso tra Olocausto e cristianesimo: dicevano che la Stein non poteva essere considerata martire, altrimenti avrebbe dovuto esserlo tutto il popolo eletto», spiega padre De Carli. «Nonostante questa obiezione, Giovanni Paolo II proseguì nel discorso del martirio, perché Edith Stein morì con la coscienza di morire a favore del suo popolo, ma anche con la consapevolezza di voler portare la Croce di Cristo nel luogo più maledetto, il campo di concentramento». Un atteggiamento confermato da uno degli ultimi ricordi della Santa, riportato dai sopravvissuti al lager, che descrivono una monaca intenta a pettinare i bambini e a prendersi dolcemente cura dei fanciulli abbandonati dalle loro madri, avviate alla morte e avvinte dalla disperazione. Un teatro di morte che non riuscì a offuscare la speranza di Edith Stein, gassata ad Auschwitz nel 1942.

(Per informazioni sulla mostra è possibile rivolgersi alla segreteria del Movimento ecclesiale carmelitano (030.42517) oppure scrivere a info@mec-carmel.org)

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