Più potente del dolore di fronte alla zizzania è la gioia di vedere germinare il buon seme

di monsignor Pierantonio TREMOLADA
Vicario episcopale

copertina 'Il campo è il mondo'

Non è inutile dedicare un poco del nostro tempo a una riflessione riguardante la parabola del buon seme e della zizzania, cui si ispira la Lettera pastorale di quest’anno. Lo faremo in questo nostro articolo e in qualcun altro dei prossimi.

La parabola ha un suo contesto, alla luce del quale può essere meglio compresa. È l’esperienza che Gesù sta vivendo a giustificare il fatto che decida di parlare in parabole e che racconti una parabola come questa. Ci troviamo qui nel capitolo tredicesimo del Vangelo di Matteo. L’evangelista riferisce alcune parabole che Gesù racconta alle folle e ai suoi discepoli, una dopo l’altra. Colpisce il fatto che Gesù cominci a insegnare in questo modo all’improvviso, lasciando stupiti i suoi stessi discepoli, i quali non mancano di chiedergli spiegazioni: «Perché a loro parli in parabole?».

Che cosa accade dunque prima di tutto ciò? Nei capitoli 11 e 12 del Vangelo di Matteo vengono riferiti episodi riguardanti l’attività di Gesù in cui si alternano aspetti positivi e negativi: luci e ombre nel comportamento di persone che per varie ragioni si trovano ad avere a che fare con lui. Le città della Galilea lo respingono, i farisei lo contestano apertamente e arrivano ad accusarlo di scacciare i demoni nel nome del principe dei demoni; sull’altro versante, tantissima gente lo segue, profondamente attratta da lui, dal suo insegnamento, dalla sua stessa persona. Le anima una sorta di intuizione, che cioè un grande profeta è sorto in mezzo a loro, un uomo che parla di Dio come nessun altro ha mai fatto e possiede una potenza che ridà vita e gioia a tutti gli oppressi. Due posizioni molto diverse, due atteggiamenti opposti.

Come non leggere alla luce di questa esperienza il particolare del buon grano e della zizzania nell’unico campo? Gesù lo spiegherà dicendo che sono i figli del Regno e i figli del maligno, cioè quelli che si sono lasciati conquistare dalla regalità di Dio e quelli che si sono consegnati alla malvagità del loro cuore orgoglioso. Un cosa andrà tuttavia sottolineata: l’attenzione di Gesù è tutta per i figli del Regno, per coloro che lo stanno seguendo con simpatia e riconoscenza. Egli si commuove davanti alla loro testimonianza di affetto. Ne nasce una preghiera: «Io ti ringrazio, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli». Ben più potente dell’amarezza di fronte all’incredulità e all’ingiustizia è la gioia di vedere germinare il buon seme del Vangelo nel cuore dei semplici.

da Avvenire, 26/10/2013

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