È il dato più significativo che emerge da un'indagine condotta nei servizi organizzati dalle parrocchie ambrosiane. Don Davanzo: «Il rischio è che la crisi si avviti su se stessa, impoverendo le famiglie e rendendo vulnerabili i loro figli»

scuola cattolica

La crisi economica ha un effetto collaterale anche sui più piccoli: molti dei bambini e degli adolescenti che chiedono un aiuto nello studio provengono da famiglie che hanno affrontato gravi difficoltà nell’ultimo anno. Lo rivela un’indagine realizzata da Caritas Ambrosiana tra i 7 mila bambini che frequentano i 267 doposcuola parrocchiali della Diocesi di Milano. L’indagine dal titolo “I doposcuola parrocchiali nella diocesi di Milano. Ragazzi, famiglie e bisogni emergenti” è stata presentata oggi presso la sede Caritas in via san Bernardino a Milano, nel corso del convegno “Diritto di apprendere”, in occasione della Giornata mondiale dei Diritti dell’Infanzia.

Secondo l’inchiesta condotta nell’anno scolastico 2012/2013, un bambino su quattro (25%) tra quelli che si rivolgono al servizio offerto dalla parrocchie proviene da una famiglia che ha chiesto aiuto ai centri di ascolto della Caritas per problemi economici e di lavoro; e quasi un bambino su due (47%) ha un papà e una mamma che nell’ultimo anno hanno dovuto far fronte a situazioni di grave difficoltà a causa della perdita di reddito, o hanno genitori troppo pressati dalle necessità quotidiane per poterli seguire nell’affrontare comuni difficoltà scolastiche.

«Se questi dati fossero confermati da altre ricerche, ci troveremmo di fronte a una situazione veramente allarmante – è il commento del direttore di Caritas Ambrosiana, don Roberto Davanzo -, perché vorrebbe dire che la crisi si sta avvitando su se stessa, impoverendo le famiglie più deboli e creando le condizioni perché domani saranno più vulnerabili anche i loro figli. È un spirale che non possiamo permetterci. Serve una risposta istituzionale. La scuola non può essere lasciata sola ad affrontare questi problemi».

Secondo l’indagine, a esprimere un maggior bisogno di sostegno sono i bambini e i ragazzi figli di migranti. Mentre sono 13,2% gli alunni stranieri iscritti nelle scuole lombarde (nell’anno scolastico 2011-2012, ultimo dato disponibile), sono ben il 48,2% gli utenti dei doposcuola parrocchiali che non hanno nazionalità italiana. Le difficoltà personali hanno una parte di responsabilità nel rendimento scolastico da non sottovalutare. Gli alunni e gli studenti con dislessia, discalculia, disgrafia riconosciute che si affidano ai doposcuola parrocchiali sono pari al 12,1%, percentuale decisamente più alta rispetto a quella lombarda (2,1%). I minori incontrano diverse difficoltà nel rapporto con lo studio. Ma non tutte le materie sono uguali. Inoltre il Paese d’origine dei genitori aggiunge altri ostacoli. Per cui, mentre per gli alunni italiani matematica, italiano e inglese sono nell’ordine le più ostiche; per gli alunni stranieri l’apprendimento dell’italiano risulta più difficile che imparare a fare di conto. Al terzo posto per complessità, per chi viene da un altro Paese, c’è la storia, che invece non presenta particolari problemi tra gli alunni nati da coppie italiane.

L’indagine, inoltre, mette in luce che il doposcuola riesce a rispondere ai bisogni di sostegno dei ragazzi della scuola secondaria di primo grado (60% degli iscritti) e della primaria (35%), mentre rimane quasi inevasa la richiesta di supporto da parte degli adolescenti.

Come risulta dal primo censimento effettuato da Caritas Ambrosiana nel 2010, i doposcuola parrocchiali sono 267. Sono diffusi capillarmente su tutto il territorio diocesano (in media sono presenti in una parrocchia su quattro), con una concentrazione maggiore nelle zone pastorali di Milano (82), Rho (43) e Varese (40). Li frequentano circa 7 mila ragazzi (dato stimato) della scuola primaria (ex elementari) e della scuola secondaria di primo e di secondo grado (le vecchie scuole media e superiore). Nella maggior parte dei casi il doposcuola è aperto due giorni alla settimana e l’attività centrale consiste nello svolgimento dei compiti. Gli operatori coinvolti sono in prevalenza volontari. La ricerca ne stima 4 mila e 500, per la stragrande maggioranza donne (71%) e per il 37% con meno di 30 anni.

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