Redazione

A tutto si può rimediare, a patto che da parte di tutti sussista
una volontà di “rilancio” fondata su valori condivisi,
interessi regolati, passione autentica e bene comune

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L’emergenza “corruzione” riscontrata negli alti strati del calcio rappresenta un prolungamento simmetrico di una certa Italia. Questo dato induce non ad assuefarsi, ma a intervenire con strumenti adeguati, pacati, fermi per vincere un deficit etico generatore di una falsificazione potente dei fondamentali del calcio. Attraverso corrette procedure della giustizia sportiva, occorre dare garanzie e valorizzare i controlli; occorre prevenire le deviazioni ed essere tempestivi nell’intervento di “disinfestazione”, in modo che si possa ricominciare con più credibilità e partecipazione e con più confronto aperto tra le parti in causa.

Va da sé che l’intreccio tra calcio e business sta alla base del “disastro”. Questo rapporto ha bisogno di essere districato e di trovare regole trasparenti. Sotto indagine va posto quanto riguarda i bilanci, i diritti televisivi, gli appannaggi ai giocatori, il principio di sussidiarietà. Da vaste aree dell’opinione pubblica giunge la richiesta di porre un limite al cinismo e all’affarismo, riaffermando la trasparenza amministrativa, il limite agli investimenti, la vita semplice degli atleti come seri professionisti e il doveroso aiuto ai più deboli.

Che sia evidente e costante l’avvertenza di non cadere nella trappola della cupidigia del denaro facile. Questa è la più insinuante delle possibili tentazioni: lasciarsi suggestionare dalla seducente conquista del successo e del potere, e non avvedersi che intanto si cade nelle malie dell’“impersonalità amorale” e della “commercializzazione dopata”. È un male che affligge l’attuale “alta” società del nostro Paese, che poi tende a intaccare anche le classi medie e basse.

E’ bene riaffermare con forza che, se si intende purificare la realtà sporca del calcio, si devono creare le condizioni per una conversione, quella che porta dalla delusione alla speranza. Il mondo sano e maturo del calcio professionistico – e il grande calcio del nostro Paese – è chiamato a produrre speranza, come forza vitale che apre a nuovi orizzonti di impegno, che incita ad andare oltre la depressione, a non spegnere le immense attese che salgono dalla gente per bene, da milioni di ragazzi e di giovani.

La speranza si fonda, non vi è dubbio, sull’impegno mostrato dalle personalità poste straordinariamente a capo delle istituzioni sportive più direttamente colpite da Calciopoli, dal Coni, dalla Magistratura ordinaria. Di qui nasce l’urgenza di un progetto culturale del calcio, ridisegnato e fondato sui valori condivisi, sulla democrazia effettiva, sugli interessi regolati, sulla passione autentica, sul bene comune.

La nostra profonda convinzione è che a tutto si può rimediare a patto che da parte di tutti prevalga la volontà di “rilancio” di uno sport fortemente connotato dalle insopprimibili istanze etiche, educative e civili. Uno sport che educa è uno sport “civile”, ridefinito sul primato della persona, sul valore della comunità di appartenenza, e rivolto nella prospettiva del futuro delle nuove generazioni. (c.m.)

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