Nei giorni scorsi il cardinale Scola ha convocato in Duomo il clero ambrosiano per delineare il campo d’azione su alcuni percorsi o iniziative pastorali che oggi richiedono uno sguardo rinnovato. I primi commenti

chiesa

Dopo alcuni anni di sperimentazione di quattro “cantieri” che hanno toccato la vita delle parrocchie, con l’incontro in Duomo il 28 maggio scorso si scrive la parola fine. Pur riconoscendo la bontà di alcune scelte e cammini, ora nell’Anno della Fede si apre una nuova stagione di evangelizzazione nel segno della continuità, ma anche del coraggio della testimonianza. L’Arcivescovo ha trasmesso alla diocesi «le modalità per tradurre nella pratica ordinaria la grazia straordinaria di vivere questo tempo di missione». Sappiamo però che «le linee diocesane non sono ricette», ma «indicazioni che traggono la loro efficacia dell’essere praticate da tutti, insieme, cordialmente, fiduciosamente, intelligentemente».

Iniziazione cristiana. «Non è stato un modello condiviso»

«In ogni caso c’è la soddisfazione che si siano tolte le impalcature sulle strade pastorali che stiamo percorrendo e che ci siano state offerte indicazioni precise, che renderanno il cammino più fluido e veloce». Don Walter Cazzaniga, parroco di Santa Maria Annunciata in Chiesa Rossa e decano dei Navigli, riflette sulle linee diocesane emerse nel raduno del clero e, a riguardo dell’Iniziazione cristiana, aggiunge: «Trovo che la scansione temporale proposta, relativa alla celebrazione dei tre sacramenti, sia positiva. Ritengo che la cosiddetta sperimentazione sull’Iniziazione cristiana dei fanciulli, che molti hanno percorso in questi anni in maniera partecipata, lodevole nelle intenzioni e in tante applicazioni concrete, forse non è stata del tutto convincente perché non è riuscita a divenire in modello condiviso. Si potrebbe, a tale proposito, ragionare sul fatto che non sia diventata una prassi diffusa, indicando già, in questo, qualche sua problematicità di fondo e non risolta».
«Se, giustamente, a mio parere, l’Arcivescovo (e quanti hanno affrontato il tema nelle discussioni di questi mesi) ha posto l’articolazione e i tempi dei tre sacramenti in questa cronologia – commenta il parroco -, è perché vi sia una maggiore coerenza e chiarezza. Quella stessa chiarezza che ho davvero apprezzato nella comunicazione di monsignor Tremolada in Duomo. Penso che lo snodo sia quello di riuscire a sviluppare una vera “Comunità educante” per accompagnare i ragazzi e che, come è stato detto, evidenzi la ricchezza della vita cristiana. Anche sulla scorta dell’esperienza sacerdotale che ho maturato, posso dire che il vero banco di prova sarà come metteremo in pratica le indicazioni ricevute. Il punto di partenza mi sembra davvero interessante e promettente».
Annamaria Braccini

Prima destinazione. «Tempo di grazia per preti e comunità»

«Ho ascoltato ben volentieri le linee diocesane che dicono quanto è importante il primo inserimento nel Ministero», ammette monsignor Bruno Molinari, che a Seregno può contare sulla collaborazione di un prete novello al suo terzo anno di impegno. Ricorda con piacere i primi anni da sacerdote e «l’accompagnamento attraverso l’Ismi, forse allora più impegnativo di oggi, con incontri tutte le settimane». Quei giorni insieme «erano davvero preziosi» e «la nostra Diocesi ha sempre avuto questa cura».
Per oltre sei anni si è sperimentata una «formula innovativa» che oggi necessita di qualche aggiustamento: «Io stesso ho vissuto l’esperienza da Vicario episcopale della zona di Lecco seguendo l’inserimento di molti preti». Oggi, anche rispetto all’accompagnamento, «viene messo l’accento sulla comunità che accoglie il diacono e poi il giovane prete». Monsignor Stucchi in Duomo ha ricordato «che l’inizio è tempo di grazia, dono di Dio, come pure la chiamata di una persona che capisce di essere dentro a questo mistero». Ma un prete è anche «un dono per tutta la Chiesa diocesana, per la comunità in cui nasce una vocazione e soprattutto per quella che lo riceve come prima destinazione, pur con tutte le difficoltà e fatiche». Monsignor Stucchi ha usato due termini – «grazia» e «prova» – che confermano «la responsabilità delle stesse comunità di accogliere, accompagnare, incoraggiare e correggere coloro che entrano nel Ministero».
«Quando un giovane compie i primi anni del suo cammino sacerdotale si mette alla prova, ma anche la comunità vive una prova positiva». Una volta il prete novello che arrivava in parrocchia sapeva cosa doveva fare, dice Molinari, «oggi invece un prete che inizia, trova una situazione molto frammentata e complessa da tutti i punti di vista».
Luisa Bove

Comunità pastorale. «Realtà che non è stata sconfessata»

«L’impostazione che abbiamo dato alla Comunità pastorale non è stata sconfessata», esordisce don Norberto Donghi, che da cinque anni gestisce a Giussano quattro parrocchie di 25 mila abitanti. Pensando al modello cui si è attenuto – prima secondo lo stile del cardinale Tettamanzi «di non annullamento delle parrocchie» e ora con il cardinale Scola «di attenzione alla realtà locale, alla Chiesa che vive vicino alle case» -, dice, «ci sentiamo confortati». «La Comunità pastorale non è la super-parrocchia che accentra tutto, ma è in funzione della valorizzazione delle periferie», spiega. «Ora però siamo di fronte a due sfide: la prima è la valorizzazione dei laici, perché in Brianza si fa un po’ fatica, vige l’idea della delega, anche se negli ultimi 20 anni il laicato è maturato molto». e la seconda «è la sfida missionaria, l’evangelizzazione».
Dalle nuove linee diocesane è emerso anche un nuovo termine: «diaconia» al posto di «Direttivo pastorale». «Le parole hanno sempre un significato – dice Donghi -. Anche nella nostra realtà vedo il rischio che il Consiglio pastorale soffre se le decisioni vengono prese dal Direttivo. Il termine “diaconia” ci aiuterà davvero a metterci al servizio della Comunità pastorale e non al vertice dirigenziale».
La diocesi conferma l’esperienza della Comunità pastorale come «pertinente» e «promettete». «Noi ora siamo a un giro boa: abbiamo festeggiato il quinto anno e nonostante le fatiche del grande evento (una settimana di missione popolare in occasione della Madonna Pellegrina), la Comunità si è unita nel volontariato, nei vari ambiti e servizi. Alla fine si intuisce che la formula è promettente e giusta se diventiamo un segno anche per la città; la gente inizia a coglierlo e questo è assolutamente promettente».
Luisa Bove

Lezionario. «Forse modifiche, ma non su testi già approvati»

Don Sergio Terribile, parroco dei Santi Quattro Evangelisti, dal 1990 è membro della Congregazione del rito ambrosiano. Per questo sa «cosa sta a cuore all’Arcivescovo» e cioè «che non ci siano arbitrii nelle celebrazioni, ma si seguano regole ben precise». Se però ci sono «difficoltà» o «inconvenienti», dice, «vanno affrontati». Di fronte al nuovo Lezionario ambrosiano, lo stesso cardinale Scola ha detto: «Vediamo se è possibile qualche aggiustamento che tenga conto delle effettive difficoltà manifestate». Monsignor Navoni ne ha parlato in Duomo, pur ammettendo «che occorre procedere con molto ordine, perché se si apportano modifiche ai libri liturgici già promulgati dall’Arcivescovo, occorre passare anche dalla Congregazione romana attraverso la recognitio ».
Su alcuni aspetti «si sta già riflettendo», spiega don Terribile, ma non sono di «sostanza». Sono tre le questioni sul tappeto: la prima riguarda l’annuncio della Risurrezione come inizio nella Messa vigiliare. «Attualmente sono due le forme più in uso: il semplice annuncio della Risurrezione oppure la Messa tra i Vesperi. Ora si chiede se è possibile qualche altra forma». L’altro aspetto riguarda il periodo di Avvento, in particolare le ferie prenatalizie. «Il fatto di avere le letture dei Profeti maggiori e minori porta qualche pesantezza. Si chiede allora se non sia possibile, pur salvaguardando lo schema attuale, ridurre a una sola delle due». Infine, l’ultima valutazione va fatta sui brani biblici «piuttosto lunghi», quindi «si tratta di capire se è possibile avere anche una redazione abbreviata». La parola passa ora agli esperti, ma se non si toccano i testi già approvati, basta l’intervento dell’Arcivescovo. La riforma dei riti liturgici però non è ancora completa, mancano il Messale e la Liturgia delle ore.
Luisa Bove

Ti potrebbero interessare anche:

Questo sito fa uso dei cookie soltanto per facilitare la navigazione Maggiori Informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi