Nella basilica di San Giovanni Battista l’Arcivescovo ha presieduto lunedì 15 febbraio la celebrazione in memoria del sacerdote ambrosiano ucciso trent’anni fa da uno dei giovani che cercava di aiutare

di Annamaria BRACCINI

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Dal sito http://www.donisidoro.it/

Un «prete felice», morto troppo giovane, che seppe «guardare oltre». Un «uomo della speranza nel paese del disincanto», che per questo non è mai stato dimenticato.

Sono passati trent’anni dalla morte di don Isidoro Meschi, ucciso da un giovane tossicodipendente con problemi psichici con un fendente al cuore, la sera del 14 febbraio 1991, a Busto Arsizio, dove svolgeva il suo ministero sacerdotale. Una fine che ricorda da vicino quella di don Roberto Malgesini, un altro martire della carità e dell’amore capace di sognare – come fanno appunto gli uomini e le donne di speranza – «nuovi cieli e nuova terra», per usare le parole dell’Arcivescovo, che lunedì 15 febbraio nella basilica prepositurale di San Giovanni Battista a Busto ha presieduto la celebrazione nel 30mo anniversario. Diversi altri sacerdoti hanno concelebrato accanto al prevosto monsignor Severino Pagani, che in apertura ha parlato della testimonianza offerta, «un invito a questa città perché nessuno si dimentichi dei poveri». Poveri come i giovani che don Meschi, di fronte alla piaga della droga dilagante negli anni Ottanta, cercò di aiutare in ogni modo, anche ristrutturando una vecchia cascina e fondandovi la Comunità di recupero “Marco Riva”.

Don Isidoro, che fu anche giornalista e insegnante, era nato a Merate il 7 giugno 1945 e venne ordinato sacerdote dal cardinale Giovanni Colombo nel 1969. Il suo esempio continua a convincere e a commuovere anche oggi. «Un grande segno evangelico per un mondo distrutto dall’odio», come disse il cardinale Martini nell’omelia delle esequie, e che può essere «modello di santità» per i giovani, come ha sottolineato la sorella, leggendo, al termine della Messa, la “Preghiera per la Beatificazione”, particolarmente cara all’Associazione “Amici di Don Isidoro”, nata 15 anni fa.

Pochi mesi prima della morte don “Lolo” – come era chiamato affettuosamente dai parrocchiani – nel suo testamento spirituale aveva scritto profeticamente: «Davanti a qualsiasi fratello abbiate il coraggio di non chiudere né mente né cuore. Gesù ce ne rende capaci e ci fa avere il suo centuplo». Su questa stessa logica annoda la sua riflessione l’Arcivescovo: «Nel paese del disincanto, dove si compatisce chi si impegna per costruire una città abitabile e una comunità fraterna c’è ancora la gente della speranza, quella che si appassiona all’impresa di aggiustare il mondo?».

«Sì, c’è», anche se «la loro voce è sovrastata dal rumore, dalle chiacchiere, dall’asprezza delle liti», anche se «non attirano l’attenzione non perché non siano una presenza significativa, ma perché non esibiscono quello che fanno: sono dedicati a seminare, non hanno interesse agli applausi e alle fotografie. Non argomentano con le statistiche né con i bilanci, non perché non siano realisti e rigorosi, ma perché hanno più interesse per i volti, le storie e sono inclini alla modestia: sanno del valore incalcolabile di ogni persona e perciò non contano quante persone hanno aiutato. Percorrono la via della speranza, sperimentano l’incanto di ogni sorriso restituito, la gratitudine di ogni vita che rinasce. La voce della gente della speranza è scritta nel Vangelo: “rendete a Dio quello che è di Dio”».

Così come fece don Meschi, conformandosi ai sentimenti di Gesù, a «imitazione della sua bontà verso tutti, della sua sollecitudine verso i piccoli e i poveri, verso gli scartati dalla società». Perché «la gente della speranza non cammina verso la terra promessa con la gratitudine dei privilegiati, ma con la compassione di chi opera per la fraternità di tutti».

Da qui le espressioni conclusive dell’omelia in cui risuona un ricordo commosso e grato: «Noi rendiamo grazie a don Isidoro per la sua testimonianza. Nel paese del disincanto ha continuato a dimorare nello stupore, pensoso come un intellettuale e incantato come un bambino, nella consuetudine dell’indifferenza ha praticato la compassione, nei fallimenti educativi e nell’incomprensibile violenza ha testimoniato una attesa più grande e una fiducia più invincibile. Apparteneva a quella gente che chiamiamo la gente della speranza. Ora incoraggia anche noi a percorrere, secondo quello che ci è chiesto oggi e che è possibile, la stessa strada. Chiama anche noi a essere la gente della speranza».

 

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