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Redazione

Sono in Africa ed è domenica e mi accorgo che i ritmi sono quelli di una nazione cristiana. Niente lavoro, poco traffico al mattino e se qualcuno si muove è per andare a Messa o a un incontro di preghiera dei tanti gruppi protestanti.

La capitale Lusaka è calma, l’attraverso velocemente superando qualche atleta che si allena correndo a piedi o in bicicletta (anche questa è una novità). Sono atteso per la Messa in inglese proprio nella chiesa Holy Saviour dove 30 anni fa ho mosso i primi passi come missionario.

E’ bello trovare un albero cresciuto bene: erano 40 i fedeli di quei tempi di cui metà tecnici europei, ora la chiesa è piena con almeno 800 persone, la gran parte giovane. E’ l’inglese che ha fatto strada o è Gesù che continua ad attirare i popoli? Intanto che guardo per riconoscere qualche volto, cerco di stare attento nel muovermi nella liturgia che è sempre uguale in tutto il mondo, ma ha toni diversi come i canti eseguiti dalla cantoria con tamburi e chitarre in armonia.

Predico in inglese spiegando il Vangelo di Gesù che cammina sulle acque, pronto a stendere una mano per salvare il povero Pietro che sta affogando nella sua poca fede. Sulla parete dell’altare spicca ancora il grande Crocefisso in legno che avevo portato dalla Val Gardena nel 1974, ricordando a tutti quel misto di paura dei doganieri all’aeroporto di Lusaka: «Ma padre cosa c’è dentro in quella cassa? Qualche morto? ». «Sì, proprio un morto, il Crocefisso». «Beh quel “morto” non ci fa’ paura, è sempre qui in questa chiesa sempre più bella, ci guarda da 30 anni ed è pronto ancora una volta ad allungare la sua mano per sollevarci».

Al momento dello scambio della pace mi sono trovato davanti Chanda, il catechista, sempre più anziano, con i capelli bianchi ma ancora con occhio vigile ricco di fede.

La Messa è durata solo un’ora e venti minuti! Poi, nel cortile, non si finisce più di stringere mani, di scattare fotografie, di vedere volti vecchi e nuovi, compreso quello di Geltrude, una giovane donna elegante che mi mostra fiera suo figlio di 11 anni, chiedendo: «Si ricorda di me, quando ero ragazzina e avevo la stessa età di mio figlio?».
Ma devo scappare via: mi aspettano in una chiesetta a 20 chilometri di distanza, per le 10. Riesco ad arrivare solo con mezz’ora di ritardo, ma nessuno mi sgrida o sbuffa, anzi mi chiedono se posso ascoltare qualche confessione. Qui non c’è l’inglese, si parla solo in africano, magari mischiando due dialetti. Ma l’anziana donna aveva tanta voglia di confessarsi da me, di raccontarmi le sue pene dopo la morte del marito catechista, dei suoi acciacchi e del desiderio di ricevere il perdono di Dio. Il tutto in una capanna con l’inginocchiatoio di sempre: respiro aria di casa.

Lì a Shimabala si era partiti pregando in una capanna tra i serpenti ed ora più di 200 persone si radunano ogni domenica , anche quando non c’è il prete per la Messa. Oggi si sentono fortunatissimi, ritrovando il loro primo parroco. In pochi giorni era corsa la voce del mio arrivo e trovo famiglie che ora abitano anche a 150 km di distanza.

Rivedo le danze delle bambine che accompagnano il momento del perdono e quelle del ringraziamento, quelle dell’offertorio e quelle eucaristiche di adorazione: gesti composti e occhi verso il cielo. L’emozione mi prende mentre dico le parole della consacrazione: “Ili ndi Thupi Langa”, Gesù ascolta tutte le lingue e scende anche in questa cappella.

Per me, venuto da lontano, la cerimonia si allunga, devo dare la mano a tutti anche ai piccolissimi sulle spalle delle loro mamme, e ricevere i regali in olio, patate, farina, banane, coca cola e anche soldi: resto confuso dalla loro generosità. Ci sono i discorsi e ci sono anche le danze: la gioia dell’incontro si vede e si sente.
Più di un’ora si passa insieme dopo la Messa, senza guardare l’orologio, con macchine fotografiche che spuntano qua e là: tutti orgogliosamente vogliono posare con me in mezzo alle loro numerose famiglie. Sono quasi tutti contadini, ma lavorano sul serio, vestendosi bene e riuscendo a mandare tutti i figli a scuola.

Sono quasi le ore 15 quando raggiungo la capanna del ragazzo poliomielitico John, di circa 15 anni. E’ lì magro magro nella sua carrozzella con gli occhi sereni perché da pochi mesi finalmente frequenta un collegio-ospedale adatto a lui. M’impegno a pagare la sua retta trimestrale, anche per il futuro.

Sono le Suore a invitarmi a condividere con loro un po’ di polenta bianca con verdura, carne e un desideratissimo bicchiere d’acqua fresca.

Prima del tramonto riesco a fare un salto al campo di calcio per vedere se la mia squadra Aroma Stars è ancora viva. Il campo di calcio è tra le baracche, è rapato a zero, senz’erba, con avallamenti, e le porte quasi diritte, magliette con numeri scoloriti e giocatori a piedi nudi, ma tanta tanta gioiosa passione e un tifo da … stadio vero. Il ritorno nella città piena di luci, stasera mi costa.

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