Presiedendo in Duomo il Rosario meditato, il cardinale Scola è tornato a sottolineare la necessità di «abbattere i bastioni», percorrendo le strade del mondo e aprendo vie di unità e di dialogo

di Annamaria BRACCINI

rosario meditato 2013

L’affidamento a Maria, invocando con la Madre del Signore il dono dello Spirito.
Fuori, la pioggia di una sera scura che scende sulla grande città pare rendere ancora più bella e viva la luce che si diffonde tra le navate affollate del Duomo, dove giungono, da tutta la diocesi, gruppi parrocchiali, fedeli accompagnati dai sacerdoti che svolgono il ministero pastorale nei tanti Santuari Mariani della nostra Chiesa, intere famiglie, riunite per la celebrazione del Rosario meditato e presieduto dal Cardinale Scola. Che, come già l’anno scorso, ha voluto questo momento di preghiera nella casa di tutti i milanesi che si vuole aprire anche a chi viene da lontano o si ‘sente’, in altro senso, lontano. Arrivano anche persone in difficoltà lavorativa, in crisi, non solo economica, i malati – molti, nonostante il tempo inclemente guidati dall’Oftal e dall’Unitalsi – e, poi, i giovani appartenenti a comunità straniere: insomma, il mondo che siamo noi, la comunità non solo dei credenti, ma proprio di tutti noi.
É, infatti, questo il senso profondo del pregare insieme in Cattedrale con i Misteri dolorosi, all’inizio del mese Mariano, come discepoli nel Cenacolo, capaci di percorrere “le strade degli uomini e delle donne del nostro tempo”.
E così l’adempimento di questa recita comunitaria – indicata, peraltro, dall’Arcivescovo fin da settembre nella sua Lettera pastorale – rende a pieno visibile l’essere testimoni del Vangelo, nel nome di Maria, “figlia del suo Figlio”. Credenti che, in Duomo, camminano seguendo idealmente e concretamente in processione – all’avvio della celebrazione – lo stendardo della “Madonna del Rosario”, muovendo, non come tradizione dall’altare cosiddetto della Madonna dell’Albero (la cui dedicazione, che si deve a San Carlo è, invece, appunto alla Madonna del Rosario ora in restauro), ma dall’altare di San Giovanni Bono.
Poi, sull’altare la recita del Rosario con i cinque Misteri rispettivamente da persone in crisi occupazionale, da due suore missionarie del Pime, da cinque adolescenti fedeli filippini, da malati e da una giovane coppia in attesa di un bimbo.
E il Cardinale, nella sua meditazione, dice: “Siamo qui convenuti per invocare il dono dello Spirito santo ponendo questo santo Rosario sotto un’importante affermazione della Lumen Gentium che ci dice come Maria avanzò nella peregrinazione della fede. Un cammino tutto in salita, perché sappiamo che la consegna di Gesù al Padre non fu senza lotta e agonia. Anche la Madre, pellegrina sulla via della croce, è chiamata a riconsegnare il Figlio al Padre cui appartiene.
Maria che anch’ella dovette pronunciare quel ‘come vuoi tu’. Un passaggio, questo, nota l’Arcivescovo, che illumina tutta l’avventura umana, perché “prima o poi ogni genitore deve consegnare il proprio figlio, lasciandolo essere se stesso, libero, soprattutto, affidandolo alla cura misericordiosa del Padre. Quante fatiche sarebbero risparmiate a genitori e figli se ognuno accettasse questo dato elementare”. Da qui l’augurio ai futuri genitori: “Quanto bene ne trarrebbe la società se i padri e le madri avessero come orizzonte la consegna dei figli e non la preoccupazione, talora ossessiva, di risparmiare loro la fatica del vivere”.
Il pensiero va anche a chi soffre. “Come umani possiamo solo lenire le ferite inferte a tanti nostri fratelli. La comunità cristiana che qui rappresentiamo e la nostra comunità diocesana non sono state capaci spesso, nei secoli, di evitare che i nostri simili fossero flagellati dal male. Eppure esse sono riuscite a lenire le ferite, facendosene carico. Questo è ancora vero oggi. Al di là delle mancanze dei suoi ministri, la Chiesa continua a essere una dimora di guarigione e di misericordia”.
E il richiamo è, allora, alle responsabilità di ciascuno: “Non siamo innocenti. Il nome adulto dell’innocenza è penitenza ed espiazione. Queste parole, così ostiche ai nostri orecchi di uomini del terzo millennio, non sono che l’espressione di un amore reale, effettivo ed oggettivo, che si fa carico del male proprio e altrui. Accompagnare l’altro al luogo del suo Golgota non può non implicare il prendersi cura del condannato per sostenerlo nel cammino di espiazione che lo porti alla risurrezione. Per questo abbracciamo ora spiritualmente i carcerati e quanti sono, a vario titolo, sotto il peso della colpa”. Anche perché, sottolinea ancora, non abbiamo da cristiani “bastioni da difendere, ma solo vie da percorrere per andare incontro agli uomini e alle donne, nostri contemporanei” e come dice il Vangelo, “il campo è il mondo”.
Infine, al termine del Rosario, l’affidamento a Maria anche dell’imminente, storica visita del Patriarca Bartolomeo a Milano, cui si aggiungerà un secondo evento ecumenico di grande valore con la presenza del papa etiope ortodosso, Tawadros II. “Gesti capaci di stimolare in noi il desiderio di comunicare la bellezza di Gesú che abbiamo per grazia incontrato”, conclude il Cardinale.

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