Siamo rasserenati e responsabilizzati, siamo preservati da due estremi: presunzione e sfiducia

di monsignor Pierantonio TREMOLADA
Vicario episcopale

copertina 'Il campo è il mondo'

Alla base di ogni esperienza vera di fede c’è l’incontro con Dio. È questo un punto su cui, nella sua lettera, il cardinale Scola insiste molto. In un passaggio del terzo capitolo ritorna su questo argomento citando a sua volta una frase della prima enciclica apostolica di papa Francesco: «La fede – scrive il Papa – nasce dall’incontro con il Dio vivente, che ci chiama e ci svela il suo amore, un amore che ci precede e su cui possiamo poggiare per essere saldi e costruire la vita» (Lumen Fidei, 4).

L’incontro con Dio è sempre qualcosa di misterioso. Misterioso e trasformante. Pagine indimenticabili come quella di Mosè davanti al roveto ardente o di san Paolo sulla via di Damasco ce lo ricordano. Ma ognuno vive questo incontro in modo assolutamente personale. Non vi sono regole prestabilite. Dio, infatti, si fa incontrare in tanti modi, come i grandi credenti potrebbero raccontarci.

Su un punto mi piace fissare l’attenzione: il verbo incontrare è un verbo con significato attivo, ma non è l’unico in uso. Esiste anche il verbo incontrarsi, che invece è riflessivo. In realtà il senso dell’esperienza che i due verbi richiamano non cambia. Possiamo infatti dire: «Ho incontrato un mio amico», oppure «Ci siamo incontrati». Nell’incontro non c’è un soggetto e un oggetto. Vi sono due soggetti ed entrambi sono protagonisti. L’incontro con l’altro chiama direttamente in causa me stesso e, quando è vero e intenso, contribuisce a rafforzarmi nella percezione serena e sicura della mia identità. L’apertura all’altro nel rispetto, nella stima, nell’affetto mi rende più vero e più vivo.

In un incontro che non si dimentica e che si ha piacere di rinnovare avviene un reciproco riconoscimento e una reciproca accoglienza, il cui effetto è un più chiaro riconoscimento e una più chiara accoglienza di se stessi. È come se ognuno si consegnasse all’altro, al suo sguardo, al suo sentimento, alla sua conoscenza in qualche modo assumendola, senza paura anzi con fiducia, sentendosi rassicurato.

Questo vale a maggior ragione per l’incontro con Dio. Incontrarlo è incontrarsi con lui, riconoscerlo nella sua santità misericordiosa e insieme riconoscere noi nell’ottica sua, consegnarci al suo sguardo amorevole e vederci come lui ci vede, con misericordiosa santità. Questo incontro ci rasserena e insieme ci responsabilizza, ci preserva dai due estremi della presunzione e della sfiducia in noi stessi. Chi ha incontrato Dio non teme le circostanze esterne, ma neppure i suoi moti interiori depressivi. Come scrive Giovanni nella sua prima lettera: «Dio è più grande del nostro cuore».

 

da Avvenire, 21/12/2013

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