Redazione

Dieci anni fa, nel marzo del 1996, sette trappisti del monastero di Notre-Dame de l’Atlas presso il villaggio di Tibhirine, nel deserto algerino, venivano sequestrati dal Gia (Gruppo islamico armato). Due mesi dopo un comunicato ne annunciava l’assassinio. I monaci pagavano con la vita il tentativo di praticare il dialogo in una terra ferita dal terrorismo fondamentalista. Così li ha ricordati un prete impegnato in Algeria, loro amico, nel Duomo di Milano il 22 marzo scorso.

di Thierry Becker

Luc, Célestin, Paul, Bruno, Christian, Michel, Christophe, dal più anziano al più giovane, vivevano come membri di una sola famiglia, fratelli nella scelta dell’amore scambievole e della comune preghiera. Volevano condividere la situazione dei loro vicini, della gente di quel piccolo villaggio sulla montagna, a dieci chilometri dalla prima città, a cento chilometri da Algeri. Condividevano con quella gente il frutto del lavoro nei campi, l’insicurezza e la sofferenza davanti alle lotte che segnavano il Paese. Nel monastero una sala aperta sulla strada era luogo di preghiera per gli abitanti del villaggio che non potevano finire la costruzione della moschea: l’appello alla preghiera del muezzìn faceva eco all’appello alla preghiera delle campane. Rispettavano la condizione spirituale dei loro vicini, ferventi musulmani, e sapevano che la loro preghiera era, nel cuore, vera lode e sottomissione all’unico Dio, lo stesso Dio, tutto compassione e misericordia.

Così, nel buio che copriva il Paese, si chiedevano a che punto era la notte: la notte degli uni e degli altri, dei contadini e dei monaci, dei cristiani e dei musulmani, nell’attesa comune del nuovo giorno. Così vincevano il male con il bene, trovandosi uniti nell’amore, come dice San Paolo: «Siate lieti nella speranza, forti nella tribolazione, perseveranti nella preghiera, premurosi nell’ospitalità. Benedite coloro che vi perseguitano, benedite e non maledite… Non rendete a nessuno male per male» (Rom 12, 12ss.).

I monaci misero in pratica queste parole con la loro fedeltà, la loro compassione, la loro fraternità di peccatori perdonati. Rimasero fedeli alla vocazione di preghiera e di lavoro nella povertà. Rimasero al loro posto, soli (rarissime erano le visite), senza conoscere il domani, abbandonati nelle mani del Signore e degli uomini. Rimasero fedeli alla parola detta su ognuno di noi al battesimo: «Tu sei il mio figlio prediletto». Questa certezza, pietra su cui cresce la nostra fede, vince il male. E «se Dio è per noi, chi sarà contro di noi?… Chi potrà separarci dall’amore di Dio?» (Rom 8,31ss.).

Rimasero fedeli alla scelta della com-passione con i loro vicini, con il popolo algerino, con quanti soffrono. Vissero pienamente quello che aveva scritto Christian Chessel, un giovane Padre Bianco assassinato dopo il Natale del 1994: «La compassione ci permette di scoprire cosa possono essere relazioni cordiali fra le creature di Dio. Così dice la tradizione musulmana: chiunque compatisce la sofferenza degli altri merita di esser chiamato Rahim – Misericordioso -, uno dei nomi santi di Dio. Grazie a questa compassione, cristiani e musulmani si scoprono veri credenti di fronte alla violenza. L’esperienza comune di una compassione condivisa ci permetterà di scoprire meglio il “Dio più grande”. Prima e forse ultima parola, in questi tempi di crisi, la compassione ci fa vedere, come primo e più bel nome di Dio, quello di Clemente per i musulmani e quello di Padre per i cristiani. In un tempo in cui le parole stesse soffrono violenza, ritrovare il significato comune della compassione nell’esperienza comune della sofferenza può aprire nuove vie di dialogo».

Tutti siamo non solo vittime del male, ma anche cooperatori e coautori del male. Nel suo testamento frère Christian lo scrisse chiaramente: «Ho vissuto abbastanza per sapermi complice del male che sembra, ahimè, prevalere nel mondo, e anche di quello che potrebbe colpirmi alla cieca». E concludeva presentandosi come «ladrone beato» insieme a colui che potrà assassinarlo: «E che ci sia dato di ritrovarci, ladroni beati, in paradiso».

Frère Christian aveva già scritto nel 1991: «Imparo nell’umiliazione, giorno dopo giorno, che il proposito di Dio, sul cristianesimo come sull’islam, è di invitare gli uni e gli altri alla tavola dei peccatori. Questo pane moltiplicato che ci è dato di spezzare insieme è quello della fiducia assoluta nella sola misericordia dell’Onnipotente». E ancora: «Cristiani e musulmani, abbiamo un bisogno urgente di entrare nella reciproca misericordia… È la ricchezza della misericordia divina che si manifesta quando entriamo con modestia in quello che ci dice la fede dell’altro, più ancora, in quella misericordia che l’altro vive. E come dubitare di questa vocazione comune se lasciamo che il Misericordioso ci inviti insieme a un’unica tavola, quella dei peccatori? Il tesoro di Dio è un Pane che è assaporato solo con la moltitudine».

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