In Duomo, l’Arcivescovo ha conferito l’Ordinazione diaconale a 5 nuovi diaconi permanenti, tutti coniugati. «La vostra missione è custodire lo spirito del servire nella Chiesa»

di Annamaria Braccini

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Nella solenne celebrazione vigliare della Festa di Cristo Re, che conclude l’anno liturgico, l’Arcivescovo, in Duomo, presiede la Messa nella quale conferisce le Ordinazioni diaconali a 5 nuovi diaconi permanenti, tutti coniugati. Elio Gabriele Mazzi, 55 anni, sposato con Monica, 2 figlie, dirigente d’azienda e docente universitario, proveniente dalla parrocchia di San Lorenzo in Gorla Minore (Va); Claudio Gamaliele Oliva, 54 anni, coniugato con Elena, imprenditore nel settore della termografia edile (da Santa Maria del Rosario in Milano); Antonio Ongari, 60 anni, sposato con Vita, 2 figli, analista programmatore (proveniente dalla parrocchia Incarnazione in San Donato Milanese); Maurizio Rea, 41 anni, sposato con Serena, 4 figli, consulente aziendale (S. Fruttuoso in Monza) e Federico Ripamonti, 44 anni, sposato con Isabella, 3 figli, educatore professionale (S. Michele Arcangelo in Oreno di Vimercate).

Storie, età, provenienze diverse, riunite da quell’unica fede per cui si compie un cammino formativo di 6 anni, arrivando all’Ordinazione diaconale, non un punto di arrivo, ma di partenza nel servizio alla Diocesi.

Concelebrano il Rito, 5 vescovi – il vicario episcopale per la Vita consacrata, monsignor Paolo Martinelli, il collaboratore, monsignor Luigi Stucchi, monsignor Giuseppe Vegezzi, monsignor Luca Raimondi e monsignor Angelo Mascheroni -, il responsabile della Formazione al Diaconato permanente, don Giuseppe Como, l’Arciprete della Duomo, monsignor Gianantonio Borgonovo, alcuni membri del Consiglio Episcopale Milanese, i Canonici del Capitolo metropolitano, i parroci delle comunità di origine e di destinazione dei Candidati e altri presbiteri. Accanto a loro, una trentina di Diaconi permanenti.

Dopo la presentazione degli Ordinandi, con il loro “Eccomi”, l’omelia del vescovo Mario è, appunto, un richiamo al significato e al ruolo dei diaconi permanenti, immagine dell’ “altro” che viene crocifisso con il Signore. Colui «di cui non si conosce il nome, ma che, si sa, è un malfattore. “L’altro” che reagisce al contesto ostile che sta intorno a Gesù e che, mentre i soldati lo deridono e il delinquente crocifisso con lui lo insulta, è ispirato dal timore di Dio, riconosce in Gesù il giusto ingiustamente condannato e prega».

Su questo esempio, la consegna dell’Arcivescovo ai Candidati è molto chiara. «Per questo vi siete fatti avanti e vi siete dichiarati disponibili per essere “l’altro”. Per questo la vostra Ordinazione, che avviene in questa celebrazione della Regalità di Gesù, è una grazia e un messaggio per tutta la nostra Chiesa diocesana: custodire l’originalità del buon ladrone pentito, essere l’alternativa alla mentalità del mondo, pagare il prezzo di una storia nuova».

Dunque, diaconi permanenti che devono farsi «voce e segno del popolo dei credenti, parola e messaggio che la via della gloria è la via dell’umiliazione».

Una missione – questa – tanto più necessaria oggi.

Infatti, «laddove sembra che la logica del mondo suggerisca di cercare il potere, ruoli ben definiti, scatti di carriera, applausi e apprezzamenti, chi segue Gesù ritiene un onore servire, un motivo di gloria l’essere umiliato e deriso, come è stato umiliato e deriso il figlio di Dio».

Da qui deriva quell’originalità del diacono «che non è il fatto clamoroso, il discorso entusiasmante, ma la missione di custodire lo spirito del servire nella Chiesa». Come testimonia, peraltro, il motto scelto dai 5 ordinandi, tratto dal secondo capitolo del Vangelo di Giovanni: “Sua madre disse ai servitori: qualsiasi cosa vi dica, fatela”.

«Mentre la tentazione è quella di farsi servire, voi servite, mentre la tentazione è quella di avere un ambito di potere personale vi sentite insieme a condividere la missione della Chiesa, più attenti al compito di dare speranza che a voi stessi e alla vostra gratificazione».

Di fronte a un’umanità rassegnata, disperata, confusa, il diacono ha, allora, una promessa da offrire, proprio perché «in un contesto in cui si riconoscono i segni di arrivismo, i discepoli non vogliono arrivare da nessuna parte, solo essere amabili, benevoli, servizievoli».

«Assumete lo stile di Gesù», conclude l’Arcivescovo, rivolgendosi direttamente agli ordinandi. «Siate benvenuti nel clero, siate messaggio per la nostra Chiesa, motivo di gioia per chi vi incontra, siate, nella vostra vita e nei luoghi della vostra destinazione, costanti, tenaci e lieti».

Poi, gli impegni degli eletti – con il “Sì, lo voglio” e il “Sì, lo prometto» – le Litanie dei Santi, l’imposizione delle mani, nel silenzio della Cattedrale, la preghiera di Ordinazione e i Riti esplicativi con la vestizione degli abiti diaconali e la consegna del Libro dei Vangeli.

A conclusione, arriva il ringraziamento sentito del vescovo Mario anche alle mogli e ai familiari dei diaconi permanenti – attualmente 155 in Diocesi – e di coloro che sono impegnati nella formazione «Le famiglie sono quel luogo in cui questa Ordinazione e la vocazione al Diaconato hanno preso forma, dove si sono definite e sono state messe ala prova del discernimento. Grazie, quindi, alle vostre famiglie e alle Comunità dove avete percorso il cammino di fede».

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