Il Vicario generale monsignor Mario Delpini sottolinea i tratti fondamentali della nuova Lettera pastorale dell’Arcivescovo: «La constatazione di una separazione tra fede e vita è uno dei temi che più stanno a cuore al Cardinale»

di Annamaria BRACCINI

Monsignor Mario Delpini

La Chiesa in uscita in un mondo, come il nostro, segnato da tragedie e migrazioni bibliche. I sentieri sempre più “interrotti” tra la vita e la fede, come fossero due dimensioni separate. La mancanza di una vera cultura, non nel senso dell’approfondimento delle conoscenze intellettuali (che, forse, non farebbe comunque male), ma in quello, assai più decisivo, di un’esistenza davvero ispirata dal Signore e dalla sua sequela. Sono molti e diversi i motivi di preoccupazione e le ragioni che il cardinale Scola non ha mancato di sottolineare fin dal giorno del suo ingresso in Diocesi, nel settembre di quattro anni fa. A partire dalle parole profetiche del beato Giovanni Battista Montini, scritte nel 1934 – «Cristo è un ignoto, un dimenticato, un assente in gran parte della cultura contemporanea» – che fecero dire al neo-Arcivescovo: «Un cristianesimo che non investa tutte le forme di vita quotidiana degli uomini, cioè che non diventi cultura, non è più in grado di comunicarsi».

E torna proprio sulla questione della cultura, la Lettera pastorale Educarsi al pensiero di Cristo, che verrà presentata martedì 8 settembre e che accompagnerà il cammino della nostra Chiesa per gli anni 2015-2017. «La constatazione di una tale separazione tra fede e vita, che il Cardinale ha raccolto in molti anni di ministero sacerdotale ed episcopale, è uno dei temi che egli ha più a cuore», spiega il Vicario generale della Diocesi, monsignor Mario Delpini.

È questo un problema anche per la società nel suo complesso?
È chiaro che tale aspetto sia divenuto un vero e proprio nodo problematico in un contesto in cui, da un lato, la società si è allontanata dal suo riferimento a Dio, trovando, addirittura ingombrante la presenza della Chiesa, mentre, dall’altro, i cristiani spesso non riescono a svolgere un ruolo significativo nella comunità civile.

Come si intrecciano questi due fenomeni, che si ritrovano al centro della Lettera, come pure delle precedenti?
È evidente che i fedeli praticanti frequentino la Chiesa per convinzione. Poi, però, nel tempo del lavoro, dell’ufficio, camminando per le strade o in Parlamento, pare che siano costretti a usare altri criteri di giudizio e differenti stili di comportamento. Questo è obiettivamente un problema che l’Arcivescovo vuole aiutare ad affrontare.

Il cardinale Scola lega la ricerca della cultura della fede ad ambiti specifici, come l’apertura verso l’umano e un nuovo modo di essere Chiesa. Ne avete parlato a livello di Consiglio Episcopale Milanese?
Sì, abbiamo discusso la questione in diverse occasioni, anche in riferimento propriamente alla Lettera. Benché siano ancora moltissimi coloro che coltivano una visione cristiana della vita, occorre notare che questo «essere secondo il pensiero di Cristo» è poco rilevante e incisivo nel sentire comune. Ci sembra che, pur essendo ancora presente, la cultura della fede non sia attraente nemmeno per molti credenti.

Questo obbliga a un nuovo coraggio e alla franchezza della testimonianza per una Chiesa aperta a 360°?
I drammi planetari cui assistiamo e che l’Arcivescovo ha potuto constatare personalmente nel campo profughi di Erbil, implicano la necessità di una risposta unitaria, laddove la comunità internazionale e le istituzioni manifestano invece la loro impotenza. Gli appelli del Papa ci chiedono, allora, un dovere della testimonianza che deve essere nutrito da una più chiara coscienza della fede per essere tradotto in azioni concrete. La mentalità cristiana, che è all’origine dei valori europei, ha ancora tanto da dire e deve farlo senza timori.

Tra i grandi eventi che ci attendono a breve c’è l’Assemblea Ordinaria del Sinodo dei Vescovi dedicata alla famiglia. Una cura da rinnovare?
È un tema caro al Cardinale, che si traduce nell’indicazione offerta alle famiglie stesse di proporsi come soggetto dell’evangelizzazione, in un contesto di crescita condivisa. Ci attendiamo molto da questo nuovo e sano protagonismo, così come da iniziative come i “Dialoghi di vita buona”, concepiti laicamente e ai quali si sta lavorando. Sarà uno dei momenti cruciali del dibattito pubblico per costruire insieme percorsi comuni nella società plurale.

 

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