Dai workshop pomeridiani in Darsena alla Veglia missionaria presieduta, nella basilica di Sant’Eustorgio, da monsignor Mario Delpini, l’immagine di una Chiesa viva, “in uscita” e pronta a giocarsi in prima persona, così come hanno scelto di fare i tredici partenti per le terre di missione

di Annamaria BRACCINI

Veglia missionaria

La Darsena, restituita alla città in tutto il suo fascino, che da un pomeriggio pieno di sole fino a sera, si anima di suoni, canti, improvvisati flashmob, di proposte fatte di tanti  “colori” del mondo. O, meglio, di tutti i colori della missio ad gentes, che si racconta attraverso le ventisei Associazioni promotrici dell’ormai tradizionale workshop, precedente alla Veglia e che, con il titolo “Dalla parte dei poveri”, si svolge quest’anno nella Basilica di Sant’Eustorgio. In un luogo importante per la storia sacra di Milano, di prima evangelizzazione della città, di culto antichissimo, ricco, dunque, di diciotto secoli di storia missionaria, tempio che, pure ampio, si affolla fino al sagrato dove in moltissimi seguono la Celebrazione da un maxischermo.  
«Benvenuto a nome dell’Arcivescovo, impegnato nei Lavori finali del Sinodo, ma che ci pensa e ci unisce a noi», dice subito il vicario generale monsignor Mario Delpini, che presiede la Veglia, cui sono accanto il responsabile del Servizio di Pastorale missionaria della Diocesi don Antonio Novazzi e il vicario di Zona Pastorale I-Milano, monsignor Carlo Faccendini. 
«Sentiamoci chiamati a riflettere sulla nostra vocazione e consolati perché la nostra Chiesa genera missionari», riflette ancora monsignor Delpini, prima della Lettura del Vangelo – il Libro è portato fino all’altare, a ritmo di musica, da alcuni missionari tornati in Diocesi dopo anni – e di tre, intense, testimonianze.
«Mi sono chiesto quale è la mia missione», scandisce padre Antoine Kondo Antoine, missionario comboniano in Sud Sudan: «la mia missione è dare il mio contributo ai più poveri, deboli e disagiati», scandisce, delineando la realtà di Paesi di una povertà disperante dove il potere politico è complice di ingiustizie e soprusi.
Imane Barmaki – cognome persiano, nome arabo, geograficamente nordafricana e culturalmente italiana –, dà voce a chi non può più averla, Aylan, il bimbo piccolissimo la cui immagine crudele di morte, con il viso riverso sulla sabbia e la magliettina rossa, è divenuta un simbolo planetario. E, allora, a raccontare è lo stesso Aylan – «la mia immagine ha fatto il giro del mondo, ma avrei preferito fare io il giro del mondo» – attraverso Imane, che ricorda la Siria e la tragedia di quattro anni di guerra civile, nei quali da ventidue milioni di abitanti la nazione è passata a nemmeno diciotto, con 7 milioni e seicentomila persone che hanno perso casa. 
Infine, è Kumar Galbiati, missionario Fidei Donum rientrato dallo Zambia, a narrare la sua esperienza, prima della presentazione dei simboli missionari e della Celebrazione del Mandato, in cui i tredici partenti, sacerdoti (tre i Fidei Donum diocesani), consacrati e consacrate, laici, tra cui un’intera famiglia con bimbi piccoli, ricevono il Crocifisso.     
Il clima di gioia che si respira in Sant’Eustorgio si fa preghiera di ringraziamento al Signore nell’omelia del Vicario generale, intessuta da quel grande “filo d’oro della fede”, come è stata definita, che è la parabola del Buon Samaritano    
«Credo che si possa dire che questo Samaritano senza nome è stato felice, avendo praticato il comandamento che consente di ereditare la vita eterna, a motivo della compassione. Perciò, immagino, riprendendo la strada con la sua cavalcatura, il Samaritano, da Gerusalemme a Gerico,  era così contento che cantava il suo inno alla gioia». 
Un canto composto da tre strofe, a partire dallo «stupore del gesto minimo, discreto come una carezza e lento come un fasciare le ferite che risuona come un clamore, gesto minimo che diventa un terremoto che scuote l’indifferenza, che avvia una rivoluzione, che dà principio a una storia nuova». 
È l’Alleluia della gente qualsiasi capace di compiere meraviglie, perché «io – noi tutti, suggerisce Delpini – che siamo niente, possiamo cambiare la storia e protestare contro chi ritiene più saggia l’indifferenza, contestare chi dispera dell’umanità e la condanna all’egoismo». 
E poi il “canto” rivolto direttamente al Signore, «il Dio misterioso e inaccessibile, il Dio che i devoti rinchiudono nel tempio e che i sapienti confinano nella trascendenza, il Dio tremendo e santo, il Dio dimenticato e inutile per l’umanità presuntuosa che può fare a meno di lui, il Dio che ha preparato, invece, per me un abbraccio sulla strada per Gerico. Canto lo splendore della gloria di Dio: fasciare ferite, lenire il dolore; Assistere la vittima della cattiveria umana non è la banalità di un’elemosina, non è la ripetitività di un adempimento, non è soltanto la prestazione di un soccorso. È l’ingresso nella vita di Dio, con il suo tesso pensiero».
Così si costruisce «il principio di una storia nuova, bella e fraterna che non attira l’attenzione e non fa clamore, ma che è scritta nel libro della vita», con quel mettersi in gioco dell’uomo in grado di amare, anzi, chiamato ad amare con semplicità nel quotidiano. «Canto la fierezza di essere protagonista di una storia senza la patente di eroe, senza riconoscimenti mondani, senza accadimenti da registrare nei libri di storia». 
Da qui, l’insegnamento: «La missione è camminare cantando, è percorrere quel pezzetto di storia che ci è stato consegnato come un’occasione per dare buone notizie, per fare una buona notizia, per vivere i sentimenti di Gesù e lasciarsi educare dal suo pensiero.
Il Samaritano che non merita nemmeno un nome, ci incoraggia attraverso la  testimonia di questi fratelli che partono a camminare accanto ai poveri, sostando spesso presso chi giace mezzo morto, regalando un sorriso a chi ha la morte dentro, condividendo il pane con chi vorrebbe vivere e, invece, muore di miseria. Incoraggia anche noi a vivere l’ebbrezza di scrivere una storia nuova, la storia vera».
E, prima del canto finale, ancora un gesto “nuovo” di accoglienza e di alto valore simbolico: la consegna – così come ai partenti è stato offerto il Crocifisso – della Lettera Pastorale ai sacerdoti di Chiese sorelle che sono giunti in terra ambrosiana a prestare il loro servizio pastorale. 

 

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