I pensieri dell’Arcivescovo al termine del pellegrinaggio dei preti ambrosiani a Kiev: «Torniamo con molte domande e molti motivi per pregare»

di monsignor Mario DELPINI
Arcivescovo di Milano

Ismi Ucraina

La mia finestra si affaccia su una piazza di ferite e di slanci, si sente parlare di una guerra che sembra lontana e di una vita che sappiamo inquieta. In molte occasioni siamo stati accolti dall’espressione: «È la prima volta che… È un evento storico!».

È la prima volta che un tale numero di preti cattolici latini celebra nella cattedrale greco-cattolica; è la prima volta che un gruppo di preti cattolici viene accolto con tanta cordialità nella Lavra di Kiev, centro spirituale dell’ortodossia ucraina; è la prima volta che il governo ucraino mostra tanto interesse per un gruppo di cattolici in visita; è la prima volta che un gruppo di preti sposati condivide con tanta franchezza e realismo la sua esperienza con un gruppo di preti celibi.

Dobbiamo essere molto grati al nunzio apostolico in Ucraina, monsignor Claudio Gugerotti, che ha preparato il nostro viaggio con tanta generosità, competenza e attenzione, e ha accompagnato quasi ogni passo con la sua parola saggia per incoraggiare le espressioni del nostro interesse e insieme metterci in guardia da ogni eccessiva ingenuità.

Un centinaio di preti ambrosiani del primo decennio di ordinazione – insieme con altri preti di diversa età, con alcuni vicari episcopali, con il responsabile dell’Ufficio per l’Ecumenismo, il diacono Roberto Pagani, e con lo staff della formazione permanente del clero – ha trascorso qualche giorno a Kiev, apprezzando la città moderna e i monumenti antichi, la storia gloriosa e dolorosa e il presente di speranze e di apprensione.

Non abbiamo fatto niente per rendere “storica” la nostra visita e forse proprio la semplicità disinvolta dei giovani preti, il nostro ritmo ordinato di preghiera, secondo il rito ambrosiano, nelle chiese di rito latino e greco-cattolico, e di fraternità, l’affollarsi delle domande in incontri che hanno aperto orizzonti inesplorati, hanno stabilito una sorta di predisposizione alla simpatia, una nostalgia di riconciliazione. Ci sono momenti in cui la divisione tra i cristiani si rivela in modo più evidente come enigma incomprensibile. Ci sono momenti in cui la guerra che contrappone i figli della stessa terra si rivela in modo più evidente come tragica assurdità. E noi non abbiamo fatto niente per sciogliere l’enigma, né per porre fine all’assurdità. Siamo semplicemente passati di là, seminando sorrisi e preghiere, stringendo mani amiche e raccogliendo qualche frammento di storia e di sapienza.

Ce ne torniamo con molte domande e molti motivi per pregare. Forse continuiamo a essere ingenui e a domandarci: per costruire l’Europa dei popoli, per costruire un mondo di pace contano più gli interessi o le speranze? È più efficace la diplomazia o la preghiera? Contano più le paure dei vecchi o i sogni dei giovani?

Ce ne torniamo con molte domande e molti motivi per pregare: è stato un pellegrinaggio.

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