Il vicario generale, monsignor Mario Delpini, ha presieduto, nella basilica di Sant'Ambrogio, la Celebrazione eucaristica per la Professione religiosa dei Voti perpetui di tre nuove consacrate, due entrate a far parte delleAusiliarie diocesane e una suora dell'Istituto di Nostra Signora della Trinità

di Annamaria BRACCINI

professione religiosa

Un giorno di festa che, in una sera grigia di pioggia, nella basilica di Sant’Ambrogio affollatissima, si tinge della bellezza della luce della fede. Quella che ha guidato tre giovani donne a consacrarsi per sempre al Signore, al quale oggi dicono il loro “sì” definitivo, con la Professione religiosa dei Voti perpetui.

Manuela Magni, ausiliaria diocesana, 42 anni, originaria di Ronco Briantino, che attualmente svolge il suo incarico pastorale a Baranzate nella parrocchia di Sant’Arialdo; Maria Roggiani, anch’essa ausiliaria, 38 anni, di Cassano Magnago, impegnata a Seveso nella Comunità pastorale «San Pietro da Verona»; suor Charlotte-Gratia Djahlin, delle Suore di Nostra Signora della Trinità, 35 anni, originaria del Togo, che opera nella Casa di riposo «Pertini», a Garbagnate Milanese, e nella parrocchia San Giuseppe Artigiano a Bariana di Garbagnate, professano, infatti, i Consigli Evangelici.

Presiede la Celebrazione, il vicario generale, monsignor Mario Delpini, cui sono accanto altri due vescovi, monsignor Luigi Stucchi, vicario episcopale per la Vita consacrata femminile e monsignor Paolo Martinelli, Vicario per quella maschile. Concelebrano, il Vicario episcopale della V Zona pastorale della Diocesi, monsignor Patrizio Garascia e oltre venti sacerdoti. Ci sono le Superiori delle Consacrande, i testimoni, tante consorelle, i parenti e gli amici, i parrocchiani.

Il Vangelo di Luca con l’annuncio dell’angelo Gabriele a Maria, è il “filo” che annoda l’intera riflessione di monsignor Delpini.

«Il Signore vuole che risuoni per gli uomini e le donne del nostro tempo la parola di una profezia che dica: “Non temere”. Il Signore cerca angeli da mandare agli uomini e alle donne che non si aspettano l’irrompere di Gabriele, perché hanno deciso che gli angeli non esistono, perché hanno la perentoria sicurezza che non siano possibili orizzonti diversi da quelli che loro hanno disegnato e che siano improbabili rivelazioni di speranza». Uomini e donne che, proprio per questa incredulità, vanno verso la morte,«rassegnati perché sono convinti di non avere alternativa, con il volto triste, lo sguardo spento e pensieri grigi».

O, magari – e come non pensare ai giovani – ci vanno «allegri e ignari, essendo storditi perché hanno deciso di non pensarci, hanno tanti giocattoli con cui distrarsi, cantano e ballano, si ubriacano di eccitazioni e di trasgressioni».

Parole che valgono anche per quelli che cercano la fine come un sollievo e una liberazione – forse gli unici che abbiano davvero il diritto di piangere – e per coloro che sono disperati, «offesi come per una ingiustizia, straziati come per una tortura, angosciati come per un destino implacabile, agitati a cercare ogni possibile rimedio che allontani la nera signora, ogni possibile rifugio che le impedisca di entrare».

Per gli uni e per gli altri, «ognuno con il proprio passo», c’è invece la vera speranza, che ancora oggi, nel terzo millennio della secolarizzazione e dell’indifferenza, chiama all’annuncio e alla missione. Come è accaduto per le tre nuove Consacrate che dicono il loro “eccomi”, «disponibili e liete a essere mandate per essere, appunto, messaggere di speranza», e, suggerisce ancora Delpini, per dire che non siamo in cammino verso la morte, ma verso la vita.

«Non vi aspetta l’abisso oscuro del nulla, ma l’abbraccio amoroso del Padre che dona lo Spirito perché Dio sia tutto in tutti. Uomini e donne del mio tempo non rassegnatevi, non disperatevi, non lasciatevi prendere dalla macabra allegria di chi aspetta come ultima compagna della sua vita la nera signora. Siate invece lieti, perché siete preziosi per Dio e Dio stesso si prende cura di voi». E proclamando tutto questo non solo con l’impegno nelle opere, ma soprattutto con un “profilo” personale di vita.

«Dovranno vigilare sul conformarsi agli uomini e alle donne del nostro tempo che lasciano Dio nelle chiese, in cieli irraggiungibili o nei libri antichi. Devono vigilare sul rischio di essere così dedicate a dare alla gente quello che la gente chiede, da non parlare più di Dio perché la gente non lo chiede. La profezia più necessaria è la testimonianza della nostra appartenenza a Dio, è l’evidenza della verità della profezia ascoltata: “io ti ho riscattato, ti ho chiamato per nome: tu mi appartieni”».

Insomma, un immergersi totale nell’amore, fino ad avere il pensiero e gli stessi sentimenti di Cristo. «Il sentire di Gesù, il suo modo di amare, perché il significato del suo morire non è un’esperienza sentimentale, ma una consegna di sé, una libertà che si determina secondo la missione ricevuta dal Padre. Non si sa se gli uomini e le donne di questo tempo si lasceranno convincere dalla speranza che annunciamo o se preferiranno immaginare che la loro vita è un andare verso la morte. Certo per noi e per Dio oggi è festa perché queste tre donne si sono fatte avanti per dire: eccomi, conquistata dall’amore, mi consegno per essere un angelo della risurrezione, messaggero della speranza, un segno di Dio tra gli uomini e le donne del mio tempo».

Poi, i gesti antichi del Rito della Professione religiosa, le Interrogazioni, le Litanie dei Santi, con le tre Professe sdraiate a terra e moltissimi in ginocchio, la Professione, la preghiera di Consacrazione, la Consegna dei simboli: alle Ausilirie diocesane, il Crocifisso riportante un particolare del Pastorale del cardinale Montini, dalla cui intuizione nacque l’Istituto, alla Neoprofessa delle Suore di Nostra Signora dela Trinità, l’anello sponsale, simbolo delle nozze con lo Sposo.

E, alla fine, prima di un grande applauso, il ringraziamento del Vicario generale, che a nome dell’Arcivescovo, esprime la gioia «per questa scelta coraggiosa».

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