Finora aiutate circa 105 mila persone. L’obiettivo è arrivare a 175 mila entro giugno. Si punta alla ricostruzione non solo strutturale, ma anche psicologica

di Pino NARDI

terremoto Nepal

Il Nepal ormai non fa più notizia. Eppure a Milano e nella Diocesi gli ambrosiani non hanno mancato di manifestare la propria solidarietà concreta. In pochi giorni sono stati raccolti ben 426 mila euro. Anche se il dato è provvisorio perché nel conteggio mancano ancora i versamenti attraverso i bollettini postali. Anche la serata del 18 maggio in piazza Duomo è stata positiva da questo punto di vista, con la raccolta di 14 mila euro. Ne parliamo con il direttore della Caritas ambrosiana, don Roberto Davanzo.

Questo lo considerate un buon risultato?
Sì lo è, tenendo anche conto che da un punto di vista mediatico ormai il Nepal è uscito dall’orizzonte. Per dire che la capacità di raccolta di fondi in occasione di catastrofi dipende dal tempo che queste notizie rimangono nel mondo dei media. La gente se non si sente richiamata costantemente dimentica presto, perciò siamo soddisfatti. Non sappiamo ancora quanti hanno donato attraverso il bollettino postale, quindi saranno ancora di più rispetto ai 426 mila euro. Da parte nostra continuiamo la raccolta e l’impegno attraverso il sito (www.caritasambrosiana.it), la diffusione dell’intervento video (on line su www.chiesadimilano.it, ndr) che il direttore della Caritas Nepal padre Pius Perumana ha proposto durante la serata del 18 maggio in piazza Duomo, incontri che le Caritas locali stanno organizzando sul territorio.

Come verranno impiegate queste risorse a favore della popolazione nepalese?
Continua l’intervento di base. Secondo i nostri dati ad oggi la rete Caritas ha aiutato circa 105 mila persone. L’obiettivo è arrivare a 175 mila entro giugno. In questa fase gli interventi sono basilari: kit costituiti da teli perché le famiglie possano costruirsi un piccolo rifugio; acqua e materiale igienico-sanitario; il necessario da un punto di vista alimentare con una fornitura di riso e altri generi di conforto. Quindi interventi immediati, finalizzati ad aiutare una popolazione ancora talmente scossa che non vuole rientrare nelle case. Per cui dobbiamo immaginare che per un buon periodo dovrà bivaccare sotto questi rifugi di fortuna.

Il ruolo di Caritas in Nepal, per quanto una realtà minoritaria, è molto attivo…
La Chiesa è veramente un lumicino fumigante in Nepal dal punto di vista numerico. Ma, in particolare in queste circostanze, la presenza è molto significativa perché è intervenuta la rete di Caritas Internationalis, con l’aiuto della Caritas India: essendo confinanti in poche ore sono riusciti a raggiungerli e a intervenire. Il nostro intervento non dipende dal numero dei cattolici presenti nel territorio colpito da una disgrazia, ma dalla capacità nostra di organizzarci e comunque portare un sollievo.

Oltre ai kit di primo intervento, il denaro raccolto servirà anche ad altri progetti?
La procedura ormai è purtroppo sperimentata. Primo, intervenire per soccorrere i sopravvissuti e offrire loro la possibilità di una sopravvivenza dignitosa, affinché non siano colpiti da epidemie o altre conseguenze. Poi la seconda fase della ricostruzione, non solo strutturale, ma anche psicologica. Ricostruiamo il tessuto umano di queste persone così provate: rimetterle nelle condizioni di ricominciare a vivere normalmente. Significa anche la necessità di progetti per i bambini nelle scuole, che vanno a sostenere da un punto di vista psicologico i traumi che hanno subito. È stato il criterio che abbiamo seguito in Abruzzo o dopo lo tsunami del 2004. Questo vuol dire che le raccolte e i progetti saranno rilanciati. Una volta capito meglio ciò di cui c’è bisogno, le lanceremo mirate per sostenere la ricostruzione materiale e psicologica.

 

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