Nel capolavoro di Michelangelo la bellezza dell’opera e la forza della Parola si incontrano e possono diventare guide per la riflessione personale. Anche in queste settimane così difficili

di don Isacco PAGANI
Docente presso il Seminario arcivescovile di Milano

Pietà Rondanini

Iniziata attorno al 1555, la Pietà Rondanini fu oggetto di lavoro del Michelangelo fino a pochi giorni prima della sua morte. Sebbene un artista lavori solitamente per dei committenti, non risulta alcuna commissione per questa scultura. Si può dunque presumere che quest’opera sia una sorta di “testamento personale” dell’ultimo Buonarroti. Michelangelo, uomo credente, “scrive” contemporaneamente su questa pietra la sua meditatio mortis e il suo testamentum vitae.

L’opera fu acquistata dalla Città di Milano nel 1952 per sottoscrizione pubblica, al termine di una trattativa iniziata appena dopo il bombardamento, nel 1946: «Era il segno della rinascita dopo gli orrori della guerra, il simbolo di un riscatto culturale, il regalo che la città faceva a sé stessa».

Testamento e segno di rinascita. Questa è per Milano la Pietà Rondanini, che giustamente oggi si trova nel cuore della città, custodita nel Castello Sforzesco, in una sala tutta sua. Quale opera può essere più adatta per Milano per la meditazione in questo tempo? Girandole intorno – in modo virtuale, per ora – scorgo sulla superficie del marmo e tra i colpi di scalpello il riverbero di alcune pagine bibliche.

Sia ben chiaro: non intendo attribuire a Michelangelo pensieri miei. Più semplicemente, lasciamo che la Bellezza dell’opera e la forza della Parola s’incontrino e diventino guide per la riflessione personale. 

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