Redazione

Il male, in tutte le sue molteplici forme, è manifestazione di quella potenza di morte che devasta il volto della terra e dell’uomo. E può essere arginato e vinto solo dalla forza dell’amore. È questo l’evangelo che Gesù ci ha annunciato con la parola prima di realizzarlo con il dono incondizionato di sé sulla croce. Non ci ha forse detto di rispondere al male e alla violenza con la forza del bene e del perdono?

di Giuseppe Grampa

Racconta l’evangelista Marco (16,1ss.) che le donne giunte al sepolcro all’alba di quel primo giorno dopo il sabato, alba della prima domenica della storia, trovarono il sepolcro aperto e vuoto e da un giovane in bianche vesti ascoltarono l’annuncio della Risurrezione. Sorprendente la loro reazione: «Ed esse, uscite, fuggirono via dal sepolcro perché erano piene di timore e di spavento. E non dissero niente a nessuno perché avevano paura». L’annuncio della risurrezione invece di spalancare il cuore all’esultanza e le labbra alla diffusione contagiosa della bella notizia, sigilla le labbra e chiude il cuore in una morsa di paura.

Annuncio vertiginoso quello pasquale, al di là di ogni evidenza umana. Noi abbiamo parole, poche e stentate parole per dire l’evento del morire. Quante volte in questa circostanza diciamo con disagio: non ho parole… mi mancano le parole. Ma per dire la sconvolgente notizia della risurrezione proprio non abbiamo parole perché questo evento è del tutto estraneo alla nostra esperienza. Certo è un desiderio profondo che avvertiamo quando la morte ci strappa, come un ladro, una presenza cara e familiare, ma la risurrezione non appartiene all’ordine delle nostre esperienze e non trova posto nel nostro linguaggio. Resta un desiderio, troppo bello per essere vero. Eppure c’è una parola dell’evangelista Giovanni che tenta di dire questo indicibile avvenimento pasquale: «Noi sappiamo che siamo passati dalla morte alla vita perché amiamo i fratelli. Chi non ama rimane nella morte» (1Gv 3,14).

C’è una esperienza che vince la dura, inesorabile legge della morte e quindi un linguaggio per dire il passaggio da morte a vita: solo chi ama non rimane nella morte. E questa è la ragione: chi ama, infatti, dimora in Dio e Dio dimora in lui (1Gv 4,12ss.). L’unica vera antitesi alla morte è l’amore perché solo l’amore ci fa abitare in Dio che è amore e che solo vince la morte.

Nasce di qui l’imperativo pasquale: vinci il male con il bene, ovvero vinci la morte con l’amore. Il male, infatti, in tutte le sue molteplici forme è manifestazione di quella potenza di morte che devasta il volto della terra e dell’uomo. E il male può essere arginato e vinto solo dalla forza dell’amore. Èquesto l’evangelo che Gesù ci ha annunciato con la parola prima di realizzarlo con il dono incondizionato di sé sulla croce. Non ci ha forse detto di rispondere al male e alla violenza con la forza inerme del bene e del perdono?

Quante volte abbiamo sorriso pensando al comando di porgere l’altra guancia. Eppure, solo offrendo la guancia sinistra a chi ha già colpito la destra noi possiamo inceppare la diabolica spirale della vendetta. Troppo a lungo abbiamo ritenuto che la scelta non violenta fosse scelta debole, rinunciataria e che solo l’esibizione dei muscoli rispondesse adeguatamente al male e alla violenza. Non è questa la logica paradossale del Vangelo. Solo coloro che offrono la guancia sinistra possono paralizzare con la sorprendente risorsa dell’amore il cieco scatenarsi del male e spalancare strade di risurrezione.

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