Il sociologo Mauro Magatti sottolinea il contributo offerto dal cardinale Scola nel Discorso alla Città che «arricchisce anche il dibattito pubblico»

di Pino NARDI

Mauro Magatti

«L’insegnamento che emerge da questo Discorso è che partendo da un’ispirazione della fede si può arrivare a una lettura del mondo originale e critica, dando un contributo che arricchisce anche il dibattito pubblico». Mauro Magatti, preside della Facoltà di sociologia alla Cattolica, apprezza il Discorso alla Città del cardinale Scola, che più volte definisce coraggioso.

L’Arcivecovo sostiene che non si tratta solo di una crisi economico-finanziaria, parla di travaglio e di transizione. Come valuta questa lettura?
Il Cardinale affronta con molto coraggio un grande tema che ci vede tutti implicati. Gli ultimi eventi – come ha dimostrato la formazione del governo – vedono Milano al centro di una serie di processi e di scelte. Il fatto che il Cardinale affronti di petto questa questione storica, locale, nazionale, europea, mondiale, è segno di coraggio e di determinazione. Ma anche di una concezione della fede cristiana profondamente dentro la storia, che è capace di legare insieme l’esperienza di ciascuno nella propria vita quotidiana, i fenomeni storici importanti come quello della crisi finanziaria-istituzionale e appunto l’elemento della fede. Inoltre, voglio sottolineare l’affermazione che questa crisi, prima che economico-finanziaria, è antropologica e culturale. Sempre di più mi convinco che forse il termine più appropriato è spirituale: ci sono radici profonde che non hanno a che fare con il termine della manovra, piuttosto che con lo spread, ma che solo uno sguardo religioso, che si stacca dal livello puramente temporale, è in grado di cogliere.

In uno dei passaggi l’Arcivescovo richiama con forza il ruolo dei cattolici nella società…
Infatti, lo ritengo un punto importante, perché una delle questioni che pone è quella della laicità. Quando fa quel discorso sull’autonomia delle realtà temporali usa parole piuttosto forti rispetto al rischio che il mondo cattolico non sia stato capace di dare una lettura sufficientemente approfondita dei processi storici. Mi sembra una critica che ci fa fare un ulteriore passo rispetto a questo importante dibattito che c’è stato soprattutto a Milano. Si pone oltre la vecchia questione della laicità per come era stata posta nel passato. E questo lo fa a parole, ma soprattutto nei fatti, offrendo una lettura della crisi ispirata dalla fede, ma che è perfettamente comprensibile e credo anche accettabile da chi ha altri tipi di ispirazione.

Il Cardinale tra l’altro rilancia la necessità di una politica che deve abbandonare una realpolitik asfittica. Insomma una richiesta di alto profilo…
Sì, su questo sono assolutamente d’accordo. Di fronte a questa crisi che ha una portata storica, la politica può essere solo un pezzo della risposta, perché ci vuole un cambiamento culturale, una trasformazione degli attori economici, una capacità di cambiamento degli attori sociali. Non possiamo aspettarci che tutto venga dalla politica, ma il contributo che essa può dare deve essere all’altezza della sfida. Laddove la famosa azione dei politici cattolici in qualche modo si affacciasse sulla scena (come in parte alcune figure del governo) è importante che questo richiamo di Scola sia molto avvertito, perché – come dimostrano i fatti – della politica come è oggi non ce ne facciamo nulla.

Scola però chiede anche ai cittadini di non delegare, ma partecipare sia nei sacrifici sia nell’impegno. Insomma, la responsabilità è di tutti…
Esatto. È inimmaginabile che questi problemi siano affrontati solo dai luoghi specifici del governo politico, ci vuole una conversione molto più diffusa. Peraltro non è un’evocazione generica: se si guarda la storia si vede che di fronte a grandi crisi le trasformazioni più significative sono quelle che sono state scritte da processi che hanno coinvolto i cittadini e le popolazioni, perché questi cambiamenti sono in grado di avere conseguenze molto più profonde. Anche se può essere difficile farle partire, però l’unità in questo momento può essere data dalla dimensione della sfida e dalla lettura che ne diamo che può orientare l’azione di tanti.

Il Cardinale in diversi passaggi propone una dura critica al mercato come moloch, all’individualismo e all’arricchimento fine a se stesso, sostenendo la necessità di cambiare stili di vita. Che ne pensa?
Scola mostra come l’ispirazione della fede porti a leggere la realtà con maggior realismo di quanto invece tante altre chiavi di lettura permettono. Una delle cose che viene normalmente taciuta è questo discorso della cicala. L’indebitamento è generale, riguarda Stati, imprese, famiglie, individui, Comuni, Amministrazioni. Il paradosso è che 25 anni di crescita hanno prodotto indebitamento. Allora c’è una questione che non è solo tecnica, ma molto più profonda e che lo sguardo che ci offre il Cardinale ci consente di vedere molto più in profondità delle letture solo tecniche che alla fine non riescono ad aggredire l’emergenza.

Tra i tanti aspetti del Discorso, c’è anche la riflessione sull’immigrazione, che è un filo rosso che lega la sensibilità degli episcopati che si sono succeduti in questi 20 anni a Milano…
Quello degli immigrati è un tema che sappiamo essere caro alla Chiesa ambrosiana in questi anni come lo è stato a Scola, dato che anche a Venezia lo aveva seguito. Mi piace che ricomponga aspetti che in maniera capziosa si tendeva a separare: l’elemento dell’ispirazione religiosa come qualcosa di non trascurabile; una critica anche forte al modello di sviluppo e nello stesso tempo un’evidente sensibilità attenta ai gruppi più deboli (giovani, anziani, immigrati). Quindi emerge una visione dove i diversi elementi non sono contrapposti, ma sono tenuti insieme da un filo che fa andare al di là di false contrapposizioni che bisogna lasciarsi alle spalle. Hanno segnato un tempo che non c’è più, ora invece bisogna tenere insieme e agire contemporaneamente su piani diversi. Quindi la questione finanziaria va tenuta insieme a quella della solidarietà. Tutto questo configura un modo di star dentro da parte della Chiesa ambrosiana in continuità con Martini e con Tettamanzi.

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