L’omelia di Benedetto XVI nella messa di apertura dell’Anno della Fede in Vaticano. «Oggi più che mai evangelizzare vuol dire testimoniare una vita nuova», ha detto il Pontefice

di Rita SALERNO

Benedetto XVI
©CRISTIAN GENNARI CITTA' DEL VATICANO 12-4-06 PAPA BENEDETTO XVI RICEVE IN UDIENZA GENERALE I FEDELI

«Se oggi la Chiesa propone un nuovo Anno della Fede e la nuova evangelizzazione, non è per onorare una ricorrenza, ma perché ce n’è bisogno, ancor più che 50 anni fa! E la risposta da dare a questo bisogno è la stessa voluta dai Papi e dai Padri del Concilio e contenuta nei suoi documenti». Benedetto XVI presiede la celebrazione sul sagrato di piazza San Pietro che apre ufficialmente l’Anno della Fede e commemora il 50° anniversario dell’avvio del Concilio Ecumenico Vaticano.

Alla presenza di oltre 400 tra cardinali e vescovi di tutto il mondo – tra i quali Bartolomeo I, Patriarca di Costantinopoli, e il primate della Comunione anglicana Rowan Williams -, il Santo Padre sottolinea nella sua omelia che «in questi decenni è avanzata una “desertificazione” spirituale. Che cosa significasse una vita, un mondo senza Dio, ai tempi del Concilio lo si poteva già sapere da alcune pagine tragiche della storia, ma ora purtroppo lo vediamo ogni giorno intorno a noi». E aggiunge poi che «è proprio a partire dall’esperienza di questo deserto, da questo vuoto, che possiamo nuovamente scoprire la gioia di credere, la sua importanza vitale per noi uomini e donne. Nel deserto si riscopre il valore di ciò che è essenziale per vivere; così nel mondo contemporaneo sono innumerevoli i segni, spesso espressi in forma implicita o negativa, della sete di Dio, del senso ultimo della vita. E nel deserto c’è bisogno soprattutto di persone di fede che, con la loro stessa vita, indicano la via verso la Terra promessa e così tengono desta la speranza. La fede vissuta apre il cuore alla Grazia di Dio che libera dal pessimismo. Oggi più che mai evangelizzare vuol dire testimoniare una vita nuova, trasformata da Dio, e così indicare la strada».

Il Pontefice definisce l’Anno della Fede «un pellegrinaggio nei deserti del mondo contemporaneo, in cui portare con sé solo ciò che è essenziale: non bastone, né sacca, né pane, né denaro, non due tuniche – come dice il Signore agli Apostoli inviandoli in missione -, ma il Vangelo e la fede della Chiesa, di cui i documenti del Concilio Ecumenico Vaticano II sono luminosa espressione, come pure lo è il Catechismo della Chiesa Cattolica, pubblicato 20 anni or sono».

Ricorda quindi le parole del Beato Giovanni XXIII: «Nel discorso di apertura, egli presentò il fine principale del Concilio in questi termini: “Questo massimamente riguarda il Concilio Ecumenico: che il sacro deposito della dottrina cristiana sia custodito e insegnato in forma più efficace. Lo scopo principale di questo Concilio non è, quindi, la discussione di questo o quel tema della dottrina. Per questo non occorreva un Concilio. È necessario che questa dottrina certa e immutabile, che deve essere fedelmente rispettata, sia approfondita e presentata in modo che risponda alle esigenze del nostro tempo”».

«I Padri conciliari – aggiunge Ratrzinger – volevano ripresentare la fede in modo efficace; e se si aprirono con fiducia al dialogo col mondo moderno è proprio perché erano sicuri della loro fede, della salda roccia su cui poggiavano. Invece, negli anni seguenti, molti hanno accolto senza discernimento la mentalità dominante, mettendo in discussione le basi stesse del depositum fidei, che purtroppo non sentivano più come proprie nella loro verità». E infine affida alla Madre di Dio l’Anno della Fede: «La Vergine Maria brilli sempre come stella sul cammino della nuova evangelizzazione. Ci aiuti a mettere in pratica l’esortazione dell’apostolo Paolo: “La parola di Cristo abiti tra voi nella sua ricchezza”».

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