Il Centro Ambrosiano di Solidarietà è stato visitato dall’Arcivescovo che ha pregato con gli ospiti, il personale e i volontari. «Il Villaggio solidale è un modo per vivere bene l’arte del buon vicinato»

di Annamaria BRACCINI

Centro Ambrosiano di Solidarietà

Un’esemplarità che diviene messaggio per tutta la città; una missione che, da oltre trent’anni – tra problemi, traversie, slanci di entusiasmo e di generosità -, continua il suo cammino di impegno e sostegno alla fragilità. È il Centro Ambrosiano di Solidarietà, associazione nata per volere del cardinale Carlo Maria Martini nel 1986 e oggi attiva in cinque aree di intervento diversificate, sulle frontiere della dipendenza (nacque appunto per non abbandonare al loro destino i tossicodipendenti), delle donne maltrattate, dell’emergenza abitativa, della salute mentale, dei minori. Così, in questo “villaggio solidale” – sito nel cuore del Parco Lambro, ma con ramificazioni e attività diffuse sul territorio cittadino – arriva anche l’Arcivescovo per conoscerne la realtà – e pregare insieme al presidente della onlus Giovanni Cavedon, a don Virginio Colmegna, presidente della Casa della Carità (Fondazione vicina e in rete con il Centro), all’intero Consiglio direttivo, ai responsabili, al personale specializzato, ai volontari, ospiti e sostenitori, magari da decenni, dell’iniziativa.

Nella semplice Aula intitolata a Beppe Massari (indimenticato presidente del CeAS), si recita il Salmo 83, con l’espressione “Cresce lungo il cammino il suo vigore” che ispira la proposta pastorale diocesana di quest’anno e nel quale «si parla di un popolo, di una comunità che ha un desiderio e una mèta, perché vuole arrivare alla casa del Signore. Questo è il punto necessario per ogni vita e situazione anche nelle difficoltà, nelle prove e nell’emergenza», sottolinea l’Arcivescovo, che aggiunge: «Desiderare un approdo è credere alla promessa che ci sia una casa che ci aspetta: casa che è la Chiesa e la vita eterna come esito finale. Questo rende possibile camminare e non sentirsi paralizzati dalla propria condizione tribolata. Chi non ha una speranza può solo aspettare che la vita passi, cercando gratificazioni a portata di mano per rendere meno noiosa la giornata e meno opprimente il tempo».

Contro la tendenza, tipica di oggi, «di tirare avanti senza sapere verso dove, apriamo invece il cuore alla speranza, guardiamo alla promessa di Gesù che non è un nostra proiezione o fantasia. Il popolo che canta il Salmo più cammina e più sente crescere il suo vigore; più passa il tempo, e più è animato da una forza nuova. Ciò che dà vigore non è una condizione di benessere o di allenamento, ma è l’attrattiva della mèta, perché sentiamo che si avvicina Colui che vogliamo incontrare. Cosi riusciamo anche a trasfigurare la terra che attraversiamo».

Poi, le brevi testimonianze dei responsabili delle aree, con don Colmegna che prende la parola per indicare la dimensione diocesana del Centro, rinato dopo due allagamenti dovuti all’esondazione del Lambro e il devastante incendio del 15 febbraio 2017: «Vi è una dinamica di bellezza e di coraggio più forte dell’acqua e del fuoco, con un’energia straordinaria. Ora è sempre più facile chiederci chi ce lo fa fare, visto il clima che si respira, ma qui è vivo un legame affettivo che conta più di tutto».

Lucia racconta dell’Area donne, avviata nel 2008 per le vittime di violenza domestica e che accoglie 20 persone, anche madri con bambini. Attivo pure il Centro antiviolenza “Mai da Sole” e un numero telefonico (sportello aperto in collaborazione con il Municipio 3) per chi ha bisogno di un sostegno.

L’Area dipendenze comprende invece la Comunità Alisei, un servizio residenziale che accoglie 10 uomini. Dal 2004, con l’accreditamento per la “doppia diagnosi”, Alisei ha accolto 152 adulti che presentavano dipendenza da sostanze e problemi di salute mentale. Dal 19 ottobre 2015, all’interno della campagna “Milano-No Slot”, il CeAS si occupa anche del progetto “Milano-No Slot Ascolta”.

Per il disagio mentale la onlus prevede una comunità per 13 unità, tra uomini e donne. «Quotidianamente accogliamo e la notte non abbiamo assistenza specialistica proprio per responsabilizzare i nostri ospiti», nota la responsabile, sottolineando il percorso offerto per un periodo medio di cinque anni che ha portato al positivo reinserimento nella società dell’80% degli ospiti.

Se l’Area “Emergenze abitative” è stata fondata nel 2005, per dare un tetto alle prime famiglie seguite da Casa della Carità, l’Area minori nasce nel 2008. Rilevante l’aiuto per i minori stranieri non accompagnati (CeAS è entrato anche nella rete Sprar), realizzato attraverso il sistema dell’accoglienza diffusa in appartamenti nella zona Molise-Calvairate, fino al compimento della maggiore età. E poi corsi di alfabetizzazione e di avviamento professionale avviati con istituzioni, soggetti e associazioni.  Per quel che riguarda la coesione sociale e territoriale, da metà 2018 il CeAS fa parte del progetto “Pro Salomone” di Regione Lombardia, realizzato nel quartiere delle Case Bianche, che mira a trovare strategie di sostegno delle famiglie contro la morosità incolpevole.

L’Arcivescovo ascolta attento e ringrazia calorosamente: «Il mio compito, come Vescovo, è che le forze convergano, che il villaggio solidale sia un modo, una mèta per vivere bene. Per questo vi ringrazio di un’esemplarità che vorrei fosse un messaggio per tutta la città. Costruire rapporti di buon vicinato, condividendo miserie e glorie, capacità e limiti, è bello per voi e promettente per tutti. Sono sempre sorpreso di quante associazioni, opere buone e volontariato siano attivi nelle nostre terre. Per questo ho una visione tendenzialmente positiva della città, ma mi rendo conto come ne occorrerebbero ancora di più. Il buon vicinato comincia con un’intraprendenza, mettendosi, anche se si ha necessità, a servizio e dando quello che si può. Questo è il percorso che può offrire una presenza da protagonisti anche alle persone che hanno bisogno di aiuto».

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