L’Arcivescovo, presso il CinemaTeatro Excelsior, ha incontrato i Diaconi permanenti della Diocesi, delineando i temi qualificanti del loro impegno nel prossimo anno pastorale

di Annamaria Braccini

Diaconato permanente (4)

Un’indicazione chiara di cammino da percorrere, nell’Anno pastorale che sta iniziando, secondo alcuni temi e contesti particolarmente significativi e qualificanti per il ministero dei diaconi permanenti. È quella che l’arcivescovo, presso il CinemaTeatro Excelsior, Sala della Comunità di Cesano Maderno, indica all’ampia rappresentanza degli oltre 150 Diaconi permanenti ambrosiani, giunti per tradizionale incontro cui partecipano anche i 36, aspiranti e candidati al Diaconato, che concludono la loro Settimana residenziale. Tra loro i 5 ordinandi, tutti uxorati, che diventeranno diaconi il prossimo 6 novembre in Duomo e che l’arcivescovo, che li ordinerà, incontra prima del dialogo comunitario.   

Presenti il vicario generale, monsignor Franco Agnesi, la quasi totalità dei vicari di Zona, i vicari episcopali per la Formazione Permanente del Clero, monsignor Ivano Valagussa e per la Vita Consacrata, il vescovo monsignor Paolo Martinelli, si inizia con la recita dell’Ora Terza e con una breve riflessione sulla preghiera che è – come dice il vescovo Mario – «non solo un adempimento, ma una grazia e un’arte da imparare con la certezza della presenza di Gesù cui ci rivolgiamo».

Un tema, quello della preghiera, che torna, nell’introduzione di don Giuseppe Como, responsabile  del Diaconato, che richiama i 3 temi che hanno «caratterizzato, con incontri necessariamente anche online, il percorso del Diaconato permanente realizzato in questi mesi: a gennaio, la carità; a febbraio, la preghiera e a maggio mettendo a fuoco le Assemblee decanali con il ruolo dei diaconi in vista della loro costituzione».

L’intervento dell’arcivescovo

E proprio dalla sintesi di tali confronti, con i loro vari interventi e riflessioni, l’arcivescovo avvia la sua comunicazione, partendo da alcune premesse ed «esprimendo gratitudine per i diaconi come collaboratori del Vescovo su cui poter contare».

«Un tratto determinate del vostro servizio come collaboratori – aggiunge, rivolgendosi direttamente ai presenti -, è la disponibilità nella quale si deve tenere, comunque, conto della vostra vocazione adulta che viene da una storia precedente come coniugati, mariti, nonni. Quindi, è chiaro che la disponibilità alla destinazione non significherà uno sradicamento anche per chi non ha famiglia, ma svolge un lavoro, una professione in un determinato luogo e che, magari, ha genitori anziani». Destinazioni a cui fare attenzione, quindi, «che potrebbero avere anche un tempo limitato e di livello sovra parrocchiale (che il vescovo Mario auspica), cosi come accade per i sacerdoti». Anche perché è evidente che non si tratta di un problema di reclutamento, ma della vocazione, tanto che si sottolinea: «La vostra presenza ha anche la responsabilità dell’esemplarità».

Da qui, «la parola riassuntiva della missione del diacono» che può essere quella raccomandata da papa Francesco nella sua visita a Milano del 2017 quando, ai diaconi riuniti in Duomo, disse: «siete i custodi del servizio nella Chiesa». Ma con quale stile vivere questo servizio? Tenendo fisso lo sguardo su Gesù «che  permette di approfondire il suo stile e di riconoscere, così, alcuni tratti che mettono in discussione lo stile dei nostri rapporti», la risposta del Vescovo che analizza i caratteri di tale stile rispetto al cammino diaconale proposto per il 2021-2022.

«Convocati per essere un cuore solo e un’anima sola, abbiamo la grazia e la responsabilità di essere Chiesa secondo la parola del Vangelo, in una logica di fraternità: il  Decanato è il luogo più adatto per fare questo. In questo contesto, il ruolo di segretario del decanato è un compito che può essere attribuito a un diacono, ma tuttavia, occorre tenere presente che lo stile è determinante perché sia un ruolo edificante. Ciò chiede una predisposizione alla benevolenza verso tutti i ministri ordinati, quindi, anche alla pazienza, alla misericordia, alla correzione fraterna reciproca, al perdono, al mettersi all’ultimo posto, il posto di Gesù. Lo stile del servire presuppone una particolare spiritualità, una conversione, una sorta di oblio di sé, per domandarsi come si possa contribuire a creare le condizioni che favoriscano la fraternità, oltre il puro “funzionamento della macchina”».

Il riferimento è al “Gruppo Barnaba” – che può prevedere (anche se non necessariamente) – i diaconi del decanato. «Il Gruppo Barnaba ha come obiettivo di dare forma alla Assemblea Sinodale Decanale e lo stile del servizio in questa missione, complessa e promettente, richiede una collaborazione con gli altri membri del gruppo per la questione più delicata che si riferisce al discernimento sulle persone che potranno essere convocate».

Insomma, il punto non è organizzare, ma creare fraternità autentica, come si legge nella Proposta pastorale delpiniana che verrà resa pubblica a settembre.

Poi, come secondo ambito, l’accento è posto sul servizio nella carità, con l’icona particolarmente evocativa del «servizio delle mense»

«Se il diacono ha un ruolo di responsabilità nelle diverse forme in cui si esprime l’attenzione alle povertà antiche e nuove, è chiamato a esercitare queste responsabilità con lo “stile del servire” che ha come obiettivo, non soltanto la cosa da dare, ma la cura della crescita dei rapporti dentro la Comunità. In particolare lo stile del servire è quello che “mette a tavola le persone e passa a servirle”. Queste attenzioni non sono alternative alla competenza, alla professionalità, all’organizzazione, all’efficienza delle strutture e delle iniziative “Caritas”, ma sono un principio critico per la verifica della direzione verso la quale si sta camminando»-

Un’opera insieme caritativa ed educativa, dunque, che va oltre il gesto episodico, il buon sentimento di un momento, ma che, appunto, si fa educazione al farsi prossimo e che, per questo, ha come centro nevralgico la formazione delle nuove generazioni, facendo sì – altro punto irrinunciabile – «che non vi siano “compartimenti stagni” tra i vari settori di impegno diaconale» .

Infine, lo stile fondamentale del pregare, per cui monsignor Delpini scandisce. «Si ha talora l’impressione che la preghiera sia un tema troppo trascurato nelle comunità cristiane. La preghiera c’è, ma come qualcosa di già previsto, garantito, forse di un po’ sclerotico è trattenuto, esaurendosi nell’esecuzione di alcuni ruoli e tempi previsti. Il diacono deve essere, lui per primo, luogo di preghiera, in modo che risplenda nell’ordinario la gloria di Dio. Il passare in Chiesa nella quotidianità significa, ad esempio, essere uomo di preghiera, che non vuol dire solo eseguire un rito, ma è mettersi a servizio della preghiera della comunità, perché essa sia feconda. Non dobbiamo accontentarci, ma domandarci se serviamo davvero alla preghiera della gente affinché sia un vero incontro con il Signore, facendolo diventare uno stile della comunità che accende il fuoco e rende presente lo sprigionarsi della potenza dello Spirito del Risorto attraverso i segni, le parole, i silenzi, i canti».

E tutto questo perché – torna qui uno dei trend contemporanei su cui il vescovo Mario continua a richiamare l’attenzione della Diocesi – «il problema fondamentale del nostro contesto è la mancanza del riferimento a Dio, anche se ci sono tante forme e opere di bene. Se l’emergenza è quella spirituale, pregare è un elemento determinante per tenere viva la fede. Come diaconi riproponete questo temi, nella preparazione del calendario degli eventi, negli orari settimanali, nella Messa, nella vita di ogni giorno».

Un appello subito accolto con entusiasmo, come si rende evidente nei successivi interventi di alcuni diaconi, soprattutto centrati sulla preghiera, sulla necessità di fraternità, di una necessaria prospettiva di passione missionaria per la vita della nostra Chiesa ambrosiana (lo si sta facendo con l’applicazione del Sinodo “Chiesa dalle genti”) che implichi comprendere e discernere come siamo inseriti nel mondo che cambia.

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