Da due anni i “fidei donum” ambrosiani sono impegnati nell’isola dove la rivoluzione castrista ha prodotto l’ateismo di Stato. Da una situazione complessa una stimolante occasione di evangelizzazione

DAI FIDEI DONUM AMBROSIANI A CUBA

Col nostro Arcivescovo potremmo dire che la situazione di questi ultimi tre anni si e fatta occasione della nuova presenza di fidei donum diocesani a Cuba.

La situazione. Una Chiesa in Cuba caratterizzata, soprattutto nella diocesi di Santiago, dalla scarsità di clero: una trentina di sacerdoti (2/3 stranieri) per un milione di abitanti (!) e dalla necessità di una nuova evangelizzazione (in tutto l’est di Cuba, fino agli anni Novanta, il 63% della gente che viveva nei campi non aveva mai visto un prete).

Da qui loccasione: il vescovo, monsignor Dionisio, chiede invano a molte diocesi italiane un aiuto e da ultimo, ormai senza molte speranze, anche a Milano. Dopo un anno senza riscontri, il 4 novembre 2016, durante la celebrazione penitenziale giubilare dei sacerdoti, il cardinale Scola rivolge a tutti un accorato appello e ottiene la sperata disponibilità dai suoi preti, tra i quali don Adriano, don Ezio e don Marco, a cui chiederà di partire il 13 novembre 2017, e don Carlo a cui lo chiederà monsignor Delpini, l’anno dopo.

Situazione è anche la storia della Chiesa cubana, segnata dalla rivoluzione, che irrompe nella vita e missione della Chiesa con l’espulsione moltissimi religiosi stranieri che la animavano e provoca la fuga di gran parte del clero locale. Una Chiesa poi chiusa in difesa e con scarse possibilità, che però sa cogliere l’occasione della visita di Giovanni Paolo II e si risveglia. I vescovi per primi prendono coscienza della necessità di una nuova azione missionaria, e la gente risponde con entusiasmo alla visita del Papa e alla peregrinazione della Vergine della Carità – patrona di Cuba – per tutto il Paese nel 500° della sua apparizione.

Le visite di Benedetto XVI e papa Francesco sostengono la nuova coscienza missionaria e la Chiesa tocca con mano che gli anni dell’ateismo di Stato non hanno cancellato la religiosità profonda e la fede del popolo, che però oggi manca del linguaggio e delle basi per dirla e per viverla. La stessa religione sincretista della Santerìa ha mantenuto vivo un cristianesimo solo di superficie, segnato da una mentalità difficile da scalfire. La grande disponibilità e apertura delle persone alla fede e il calore umano della buona accoglienza convivono con il desiderio di non contraddire o deludere mai con un no, per cui non sempre si raccoglie quello pare facile seminare. Anche le altre Chiese, che nascono da un giorno all’altro come funghi, scompaiono altrettanto rapidamente.

I luoghi della pastorale

Uscendo da Santiago, lungo la Carretera Central in direzione Guantanamo, (la diocesi confinante), si incontrano tutti in fila. Palma Soriano dove don Adriano e don Marco, in una città di 125 mila abitanti, servono la parrocchia di Ns. Señora del Rosario, che nella sua realtà cittadina assomiglia alle nostre, con gruppi, iniziative, iniziazione cristiana, ben strutturate; ma nella sua realtà del Campo (i villaggi della campagna) conta più di 30 comunità, spesso ancora senza leaders, che visitiamo due volte al mese, con l’impressione di dover ricominciare sempre da zero. In una Chiesa che è rimasta a lungo isolata e dove anche il Vaticano II è arrivato molto tardi, la pastorale deve ripartire dall’abc e superare la sacramentalizzazione (molti battesimi e poco più).

Lasciata Palma, ecco Contramaestre e la parrocchia di don Ezio, la Sagrada Familia, che ama descriversi come un uomo che si risveglia, apre gli occhi e inizia, non proprio attivissimo e un po’ timoroso, a muovere dei passi. Catechesi infantile e giovani con ancora qualche lacuna, ma gruppi Caritas vivi e, anche qui, “case missione”, con due libri: la Parola di Dio e il Libro della vita, quaderno in cui si annotano la vita e la missione della comunità.

Infine in Baire c’è S. Bartolomè, dove don Carlo vive da pochi mesi in una comunità piccola e giovanissima, che solo da tre anni ha un prete residente, ma è già forte di molti laici, da accompagnare e formare. Quelli “storici”, che hanno resistito a tutto, e quelli nuovissimi arrivati con il gran entusiasmo del primo parroco padre Rogelio, e per lo più passando per l’esperienza forte di un “Ritiro di Emmaus”. Qui è evidente come la presenza di un prete può davvero rianimare la Chiesa e farla fiorire. Che il Signore accompagni e illumini la nostra qui in Cuba.

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