L’incontro del cardinale Onaiyekan col clero ambrosiano: la realtà in crescita della Chiesa nigeriana, i rapporti interreligiosi, le violenze di Boko Haram «che non si vincono senza la collaborazione tra cristiani e musulmani». Stasera l’incontro coi laici

di Annamaria BRACCINI

Onaiyekan clero ambrosiano 2015

In Duomo, dove ci sono un migliaio di sacerdoti, religiosi, religiose e diaconi permanenti, entra molto atteso il cardinale John Onaiyekan, arcivescovo di Abuja, insieme al cardinale Scola che l’ha invitato, e al vicario episcopale monsignor Bressan.

In prima fila, dove siede anche l’Arcivescovo per ascoltare la testimonianza, ci sono tutti i Vescovi ausiliari, i Vicari episcopali di Settore e di Zona. Si prega, anzitutto, per le vittime della tratta che coinvolge oltre 21 milioni di persone nel mondo. Nel suo saluto iniziale il cardinale Scola sottolinea l’importanza dell’ospite: «Siamo molto lieti di accoglierla per condividere il cammino di evangelizzazione e per ascoltare la sua testimonianza col desiderio di imparare. Oggi vogliamo avvicinarci al continente africano, ascoltando lei, Eminenza, che è alla guida di una Chiesa in crescita. Seppure i flussi migratori abbiamo reso più familiare il vostro continente, esso resta tutto da scoprire e ci interessa il cammino di evangelizzazione che state percorrendo. La nostra Chiesa ambrosiana, seguendo l’indicazione del Santo Padre a uscire e a percorrere tutte le vie dell’umano, si confronta con altre etnie e con i cristiani delle nostre terre. Nella prospettiva dell’incontro su cui insiste papa Francesco, siamo sicuri di poter trarre preziose indicazioni per la Chiesa di Ambrogio e Carlo».

E all’Arcivescovo – che racconta come al Cairo sia stata smarrita la valigia di Onaiyekan, per cui egli indossa la veste del cardinale Martini (un applauso risuona in Duomo quando Scola ricorda che esattamente trentacinque anni fa il predecessore faceva il suo ingresso in Diocesi di Milano – risponde il Cardinale nigeriano, allievo dello stesso Martini e da sempre impegnato nel dialogo interreligioso, essendo anche membro del Comitato promotore della Fondazione Oasis: «Devo ringraziare per l’accoglienza calorosa. Essendo arrivato senza valigia, solo col vestito che avevo indosso, ho fatto l’esperienza di tanti profughi che hanno dovuto scappare dalle nostre terre con una sola borsa e cercano aiuto. Quando ho capito che avevano smarrito la mia valigia ho pensato, che, comunque, i profughi stanno peggio di me», dice subito il Porporato africano, che aggiunge: «È un onore per me indossare la talare del mio professore Martini, che fra poco, immagino, sarà anche lui santo».  

In cinque brevi capitoli l’articolata riflessione con cui Onaiyekan, racconta – anche attraverso ampi excursus storici – il suo Paese e il continente cui appartiene: «La Chiesa in Africa si guarda intorno, giudica la situazione ed è molto coinvolta a migliorare la vita della gente È un continente con profondi valori spirituali, ma anche attraversato da conflitti e guerre. C’è molta miseria, ma anche gioia. Si parla sempre dell’Africa come se fosse un’unica realtà omogenea, ma ci sono differenze evidenti e dunque è facile che si creino fraintendimenti». Tre le fedi diffuse nel continente e in Nigeria: «In primis la religione tradizionale, cresciuta con le nostre culture, che ha reminiscenze della religione degli Egiziani. Ogni tanto si sente parlare di paganesimo africano, ma è una definizione non giusta, perché se intendiamo pagani quanti non conoscono Dio, in Africa non ci sono pagani. Si guarda alle danze, all’esteriorità e non si comprende il senso vero della nostra fede». Uno dei nomi dell’Arcivescovo stesso – Olorunfemi – significa infatti “Dio mi ama” e proviene dalla religione tradizionale.

«C’è un solo Dio, tanto che il cristianesimo si è diffuso in fretta perché questa religione tradizionale si nutre degli stessi principi e, accogliendo Gesù Cristo, si può non abbandonare la fede dei nostri antenati», continua. E se il cristianesimo è di radicamento antichissimo in Africa – basti pensare ad Agostino, Cipriano e a tanti martiri – «la vera evangelizzazione attraverso cui la Chiesa diventa africana è con i missionari». A fare la “differenza” – pare suggerire il Cardinale – c’è il presente, iniziato nel 1994 con il primo Sinodo dei Vescovi africani.  

«In Nigeria la Chiesa cattolica ha una vita ecclesiale sempre in crescita per numero di battezzati e per strutture. Stiamo costruendo la Cattedrale ad Abuja – forse non sarà come il vostro Duomo… – e chi dice che c’è un boom vocazionale a causa della povertà della nostra gente, non ha capito che non si diventa sacerdoti perché si ha fame. Attualmente ho 150 seminaristi e molti vengono da famiglie benestanti. In Africa ci sono molti Paesi più poveri e non hanno la nostra spinta vocazionale. Anche se abbiamo 180 milioni di abitanti, abbiamo comunque deciso di mandare missionari fuori dal Paese, in Africa, in Europa e in America. I nigeriani sono dappertutto nel mondo e, quindi, anche la Chiesa nigeriana deve mettersi a disposizione delle Chiese locali».

Chiaro che, arrivando a parlare della “terza” religione, l’Islam, la questione si faccia dolorosa, anche nelle parole piene di speranza e di fiducia del Cardinale: «Noi cristiani non abbiamo ragione di sentirci perseguitati, l’unico pericolo è di non prendere sul serio la nostra fede. Se continuiamo a essere coerenti e convinti non abbiamo paura. Ai musulmani diciamo che dobbiamo rispettarci a vicenda e che ognuno ha diritto di seguire Dio secondo la propria coscienza. Gli estremisti islamici di Boko Haram stanno distruggendo paesi, chiese, uccidendo persone, ammazzando anche i musulmani. Tutti soffrono della situazione di oggi. Vi siamo riconoscenti per le preghiere che fate per noi, ma pregate soprattutto perché questo grande veleno, che il diavolo ha posto nel nostro territorio, sia vinto insieme».

Evidente che da soli non si arriverà a nessun risultato, scandisce Onaiyekan: «Boko Haram non si vince senza la collaborazione tra cristiani e musulmani. In Nigeria siamo equamente divisi, 80 milioni noi, 80 milioni loro: non si può pensare a una guerra di milioni di nigeriani contro altri milioni, sarebbe la fine della nazione. Eppure Dio ci ha messi insieme in questo Paese non per sbaglio, ma per provvidenza. Dobbiamo distinguere tra l’Islam come religione e la gente che si dice musulmana – cosa che vale anche per i cristiani – e ancora dobbiamo distinguere tra chi è ostile agli altri e i musulmani che accettano di vivere in pace. In questo senso è importante che la comunità islamica nigeriana abbia iniziato ad accettare la responsabilità che Boko Haram sia costituita da musulmani. Con Boko Haram bisogna parlare e il primo dialogo si deve sviluppare all’interno della loro comunità».

Il pensiero del Cardinale va alla dichiarazione congiunta firmata da lui e dalla massima autorità dell’Islam nigeriano, il sultano di Sokoto e a quando, poche ore fa ad Amman, il re di Giordania Abdallah «mi ha consegnato un documento di 160 pagine, firmato da 150 autorità religiose islamiche e indirizzato al capo di Isis per spiegare, con un linguaggio interno alla loro fede, che ciò che stanno facendo è contro il Corano».

Poi, più serenamente, rispondendo a qualche domanda posta da monsignor Bressan, il pensiero torna alla Chiesa di Abuja, alla Cattedrale in costruzione: «Quando sono arrivato ad Abuja si stava fondando la nuova capitale, non c’era nulla, non c’erano parrocchie e ho dovuto sviluppare la Diocesi a partire da queste, ma adesso bisogna edificare una Cattedrale che sia visibile per dire che ci siamo: la dedicheremo ai Dodici Apostoli. Ai miei preti dico di leggere i documenti conciliari e i successivi dedicati al Ministero ordinato. Se la base è solida, non avremo avventurieri spirituali, che sono molto pericolosi»

Infine il grazie: «Ho l’onore di poter dire a voi e ai vostri missionari il ringraziamento per il buon lavoro che avete fatto. Noi abbiamo grande fiducia che ci sarà sicuramente un risveglio della fede cristiana in Europa. Se c’è qualcosa che possiamo fare, sappiate che siamo pronti, così avremo un vero scambio di doni tra le nostre Chiese».

Scambio che si fa quasi palpabile nelle parole finali del cardinale Scola, che annuncia di aver invitato per il prossimo incontro l’Arcivescovo di Sydney. «Oggi abbiamo vissuto una confessione di fede intensa per la Chiesa, Chiesa come dimora comune in cui l’incontro con il Signore lentamente attira a sé ciascuno di noi. Questo amore per la Chiesa è qualcosa di cui non tutti abbiamo bisogno e che possiamo imparare dal sensus Fidei del nostro popolo che vuole bene ai propri sacerdoti, perché vuole bene alla Chiesa».

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