Un campus internazionale di 40 giovani delle due religioni ha animato l’estate della parrocchia milanese del Gratosoglio. «Un esperimento incoraggiante, un cammino da proseguire», commenta don Giampiero Alberti

di Rosangela VEGETTI

Campus Gratosoglio

Quasi un sogno, realizzato grazie al lavoro tenace di tante persone, e che ha prodotto tante emozioni: è la cifra dell’evento che ha visto quaranta giovani, ragazzi e ragazze, cristiani e musulmani, passare insieme una settimana al Gratosoglio, dal 23 al 30 agosto, per conoscersi e farsi conoscere. Una sfida impegnativa in una periferia milanese dai molteplici problemi: «Abbiamo voluto creare un evento che fosse segno soprattutto per i giovani e potesse mettere radici per il futuro», come spiega don Giovanni Salatino, vicario parrocchiale di San Bartolomeo al Gratosoglio.

I giovani, italiani, immigrati ed europei di varie nazionalità (11 sono arrivati appositamente da Sarajevo, città simbolo del conflitto e della convivenza tra religioni diverse), hanno condiviso un’esperienza davvero insolita per loro e per lo stesso quartiere. Sono stati insieme in moschea per la preghiera e in chiesa alla Messa: qualcuno ha sottolineato che l’imam e il parroco hanno predicato allo stesso modo. Per la comunità, la sorpresa di assistere a gesti di pace dopo tante polemiche e violenze che soffocano la vita del quartiere.

Ragazzi e ragazze dell’oratorio, giovani dell’associazione scout musulmana e studenti delle scuole locali, insieme a educatori e animatori culturali, hanno vissuto momenti di dibattito, riflessione e svago, con visite all’Acquatica Park, alla Fondazione Prada e al Duomo, e incontri con rappresentanti del Municipio di Zona 5 e dei servizi sociali e con la vicesindaco di Milano, nel segno del dialogo e della conoscenza reciproca.

«Un’esperienza davvero particolare che ha coinvolto anche la nostra associazione di scout musulmani – afferma Aziz Hellal, giovane italiano d’origine marocchina -. Siamo partiti nel 2010 a Solaro (cittadina dell’hinterland milanese, ndr) e operiamo a favore dell’integrazione sulla base cultura scoutistica. Stavolta non siamo andati a camminare nei boschi, ma incontro a chi è diverso da noi, per rispondere al nostro motto che ci invita a conoscere e a farci conoscere».

«È stato un esperimento, un tentativo di incontro incoraggiante – afferma don Giampiero Alberti, responsabile diocesano degli incontri con le comunità islamiche -, un passo di un cammino che si può continuare e arricchire soprattutto a livello di comunità giovanili».

Quali sono stati i punti difficili? La conoscenza e l’accettazione reciproca dipendono anche dal potersi comprendere. Spiega don Salatino: «Abbiamo rilevato il senso e l’importanza di ampliare il proprio linguaggio: i giovani di Sarajevo parlavano inglese, ma i nostri ragazzi avevano bisogno del traduttore…».

Un modello è stato tracciato per l’oratorio e per la scuola: il dialogo si cementa vivendo le diverse situazioni, con gli studenti liberi di andare in moschea e con guide scout musulmane che possano accompagnare giovani musulmani senza riferimenti. La buona pratica, dunque, implica di coordinarsi su progetti educativi che tengano conto della compresenza di giovani di varie culture e religioni nel nostro articolato contesto sociale

 

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