Monsignor Giuseppe Merisi: «La Chiesa è chiamata a moltiplicare gli sforzi». L’invito a «conoscere, incontrare, incoraggiare, ascoltare» e l’impegno ad «andare nella profondità delle vicende»

a cura di Patrizia CAIFFA
Inviata Sir a Montesilvano (Pescara)

Monsignor Giuseppe Merisi

«La crisi colpisce sempre più duramente ampie fasce di popolazione, la povertà si trasforma e cambia aspetto, e la Chiesa è chiamata a moltiplicare gli sforzi»: questo l’invito di monsignor Giuseppe Merisi, vescovo di Lodi e presidente della Commissione episcopale per il servizio della carità e la salute e presidente di Caritas italiana, aprendo a Montesilvano (Pescara), il 36° convegno nazionale (15-18 aprile), con oltre 600 partecipanti dalle 220 Caritas diocesane di tutta Italia, sul tema “Educare alla fede per essere testimoni di umanità”. Un convegno particolarmente significativo, che coincide con l’inizio del pontificato di Papa Francesco e la sua opzione preferenziale per i poveri. A monsignor Merisi abbiamo rivolto alcune domande.

Sotto quali auspici si incontrano in questi giorni le Caritas di tutta Italia?
Il convegno avviene mentre siamo ancora nell’Anno della fede. Vogliamo esprimere grande gratitudine a Papa Benedetto per gli orientamenti che ci ha dato nel quarantesimo di Caritas Italiana e per il Motu proprio. Ma è anche l’inizio del pontificato di Papa Francesco con il suo magistero vissuto, fatto di grande capacità di attenzione e vicinanza alla gente, di popolarità, misericordia, accoglienza, dialogo. Oltretutto siamo ancora nel decennio dell’educare promosso dalla Cei, per cui proporremo la prospettiva educativa, per aiutare le Caritas diocesane a sentirsi parte viva sul territorio. Ci soffermeremo su alcuni capitoli particolari: i terremoti, i profughi, i giovani, il servizio civile. La novità di quest’anno saranno i gruppi di confronto, per ascoltare i pareri e offrire prospettive.

Cosa vuol dire per la Caritas l’invito di Papa Francesco ad andare nelle periferie?
Per noi vuol dire andare incontro alla povertà, sollevare lo sguardo, cogliere ogni emarginazione e diversità per aiutare. Le forti sottolineature di Papa Benedetto si possono raccordare bene con la prospettiva di grande apertura, gioia, serenità e speranza che Papa Francesco ci ha dato. I suoi gesti ci indicano uno stile di Chiesa semplice, povera e aperta agli altri, che non ostenta né potere, né ricchezza, coerenti di umanità e fraternità, che attraversano la quotidianità del vissuto ecclesiale e danno una forma al suo agire mostrando che la carità è l’intima natura della Chiesa.

Il lavoro con i poveri che il cardinale Bergoglio ha impostato nelle villas miserias di Buenos Aires è un modello pastorale riproducibile anche in Italia?
Il cuore, la passione, la voglia di andare ad aiutare per accogliere e cercare vie di solidarietà in qualunque situazione viene dal Vangelo. Certo, bisogna distinguere tra le situazioni nei paesi di campagna legati a una tradizione cattolica, dalle periferie di grandi città come Buenos Aires, o delle città italiane. Qui le somiglianze con le favelas o le villas miserias argentine sono molto più consistenti. Dovunque bisogna aiutare la gente a passare da una fede di pura tradizione a una fede di forti convinzioni. Dovunque è necessario il cuore. Anche nei nostri piccoli paesi c’è gente che soffre, c’è gente che ha perso il lavoro per la crisi, c’è gente allo sbando.

I vostri centri di ascolto constatano un grosso aumento delle povertà, che si stanno estendendo al ceto medio per la perdita del lavoro. Come affrontate la crisi?
Insistendo molto sui luoghi di discernimento e sugli osservatori delle vecchie e nuove povertà. Le situazioni sono abbastanza diversificate, perciò prima di tutto bisogna conoscerle. Altrimenti si rischia di limitarsi a cogliere solo ciò che si vede immediatamente. Bisogna andare nella profondità delle vicende. Perché c’è gente che si vergogna di far vedere che soffre duramente per la povertà. Non più solo gli immigrati, ma anche gli italiani si rivolgono ai nostri centri. C’è anche chi ha una casa, ma non è in grado di rispondere alle esigenze immediate.

La cronaca ci racconta anche storie drammatiche di suicidi per motivi economici. Come aiutare tanta gente in difficoltà?
Prima di tutto conoscere le situazioni per aiutare la gente a superare la tentazione di chiudersi in se stessi, come vediamo purtroppo dalla cronaca di tutti i giorni. Conoscere, incontrare, incoraggiare, ascoltare. Qualcuno viene nei dormitori, nelle mense, nei centri Caritas. Altri no. Allora bisogna trovare un modo per incontrare queste povertà. Nei centri di ascolto si fa lo sforzo di superare il livello dell’aiuto immediato, attraverso luoghi che aiutino a conoscere e approfondire le situazioni. Non è facile perché i bisogni sono urgenti. Però è indispensabile. Perciò è necessario conoscere, incontrare la gente per aiutarla e sollecitare il coinvolgimento del territorio. Le povertà estreme aumentano, come pure le solitudini. In sintesi: bisogna stare vicino alla gente, proporre luoghi di conoscenza e mettersi in rete. I fondi di solidarietà delle diocesi, per esempio, sono un bellissimo esempio di questa capacità di fronteggiare la crisi e aiutare tante famiglie.

Come vede la situazione politica italiana?
È una situazione che preoccupa tutti. L’auspicio è che si superi questa difficoltà.

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