Concluso con la firma congiunta della Carta di Milano l’incontro interreligioso in occasione della Giornata di preghiera per il creato. Ribaditi l’impegno nella lotta contro la fame e la responsabilità a edificare un mondo “sostenibile”

di Annamaria BRACCINI

expo

Sul palco, nell’area del Media Center di Expo 2015, siedono in undici, ma rappresentano un mondo intero che, anche nella Diocesi di Milano, parla di religioni diverse, di volontà di dialogo, di amicizia e di condivisione. Come quella del pane e del cibo che arriva, molto concreto, nei piatti tipici delle tradizioni degli ottanta Paesi presenti in Expo che aderiscono alla bella e significativa scelta della firma della Carta di Milano, appunto, da parte dei rappresentati delle religioni.

Ai piedi del palco, dove a uno a uno prendono la parola e infine benedicono tutti insieme il cibo, siedono il ministro delle Politiche agricole Maurizio Martina e il Commissario unico Giuseppe Sala. La giornata organizzata da ExpoNet, il Magazine ufficiale di Expo Milano 2015,non è, ovviamente, scelta a caso: è l’1 settembre in cui ricorre la Decima Giornata per la Custodia del Creato e, infatti, la si cita più volte così come l’Enciclica Laudato si’ di Papa Francesco che ha voluto, da quest’anno, che anche la Chiesa celebrasse la Giornata.

«Grazie di questa straordinaria occasione, nella altrettanto straordinaria Expo 2015 – dice, in apertura, Martina -. È fondamentale riflettere insieme sulla sacralità del cibo, sul dialogo globale, sulla possibilità delle religioni di essere vero strumento di connessione», continua il Ministro, definendo il cibo stesso quale «strumento di cittadinanza». «La potenza del dialogo interreligioso, che qui si esprime, può dire molto e interroga la Comunità internazionale in un momento drammatico. La Carta di Milano ci aiuta a comprendere quale sia la sfida del futuro. Affrontare la questione del dialogo tra le fedi è uno dei contenuti più forti e profondi che Expo può raccontare al mondo, anche oltre i sei mesi dello svolgimento a Milano. Mi pare che la giornata di oggi, con il suo carico simbolico, possa aiutare a scrivere un contributo importante nella costruzione della Comunità globale».

Ed è, poi, il commissario Sala a dirsi onorato nel partecipare a un gesto «che, apparentemente piccolo, può far compiere grandi passi all’umanità, dando l’esempio che sciogliere nodi e inimicizie è possibile. Expo è un grande gesto di pace e non credo di sbagliarmi dicendo che è lo stesso senso di accoglienza che qui si respira e ogni visitatore può cogliere». Cita, Sala, Ermano Olmi, e conclude: «In nome della sacralità del cibo, cara a ogni religione, si possono, infatti, superare muri, immaginando e volendo una terra in pace e quindi più giusta. Questa è la vera eredità di Expo».

E quasi si materializza, questa sacralità del nutrimento, quando arrivano alla grande tavola imbandita con semplicità i variopinti rappresentanti degli ottanta Paesi che hanno aderito alla iniziativa, dalla A di Albania fino alla zeta di Zimbawe, passando da Israele vicino all’Autorità palestines e dalla Santa Sede, che porta il pane cucinato e donato dal Sud Tirolo. Non mancano cinque rappresentanti della società civile coinvolte per l’occasione.

Svamini Hamsananda Ghiri, vicepresidente dell’Unione Induista Italiana Sanatana Dharma, spiega: «Nella stessa parola Dharma, che definisce la nostra fede, vi è l’idea della sostenibilità e per questo sposiamo in pieno la Carta di Milano, sapendo che il futuro di giocherà su questo e sulla responsabilità condivisa».  Rav Elia Richetti, rabbino della Comunità Ebraica di Milano, aggiunge: «Nel Deuteronomio si mette in guardia l’uomo da sprecare o distruggere ciò che viene donato da Dio all’umanità intera e sappiamo quanto il cibo sia questione fondamentale in tutta la Bibbia. Come uomini e donne delle religioni abbiamo precise responsabilità». Carlo Tetsugen Serra, abate del Monastero Zen “Il Cerchio” riflette, «è l’uomo spirituale che rende il cibo altrettanto spirituale. Per questo aiutare le persone a ricevere cibo è fattore di crescita dello Spirito. Non a caso Buddha, in moltissime rappresentazioni, nella mano sinistra ha una ciotola e, nella destra, uno strumento di insegnamento. Negare il cibo significa impedire all’essere umano e all’intero pianeta la crescita dello e nello Spirito».

Paljin Tulku Rinpoche, lama del Centro Studi Tibetani “Mandala”, gli fa eco: «Ogni uomo deve prendere impegni specifici per la sostenibilità. Per questo, sulla concretezza, abbiamo una perfetta assonanza con la Carta di Milano che si pone obiettivi molto ambiziosi ai quali occorre educare e formare le persone. Le religioni, laddove orientano positivamente l’uomo, hanno un ruolo cruciale e noi crediamo fermamente che un mondo senza fame sia possibile».

Dopo Dorothée Mack, pastora della Chiesa Evangelica Metodista, che non interviene, ma annuisce convinta, parla monsignor Luca Bressan, vicario episcopale della Diocesi di Milano e presidente della Commissione diocesana per l’Ecumenismo e il Dialogo, che delinea il senso di «stupore e di gioia provato nel momento del gesto del dono dei cibi che richiama immediatamente la moltiplicazione dei pani e dei pesci. Essere qui insieme come religioni significa assumersi delle responsabilità e vigilare perché la custodia del creato e la sostenibilità siano praticate, come ci dice e vuole papa Francesco. C’è bisogno di ricordare, proprio dentro Expo, che il cibo è qualcosa di molto complesso e che se non vi è giustizia in questo campo il segno è quello di un’ingiustizia assai più profonda».

Sul «diritto al cibo come diritto umano fondamentale», si sofferma Traian Valdman, archimandrita della Chiesa Ortodossa Romena, «nella convinzione dell’uguaglianza di tutti gli uomini come figli dell’unico Dio». «Firmiamo la Carta di Milano con la coscienza che il Signore ha dato il creato all’uomo per custodirlo e utilizzarlo in modo spirituale. La preghiera del Padre Nostro dice: “Dacci oggi il nostro pane quotidiano”, non il mio o il tuo, quindi in termini biblici, teologici e spirituali, facciamo propri gli impegni della Carta, in modo da diventare attori del rinnovamento di una società capace di cambiare il mondo».

Giuseppe Platone, Pastore della Chiesa Evangelica Valdese, nel suo appassionato intervento, richiama la “ripetizione” di concetti simili: «Per una volta tale ripetizione è bella perché vuol dire che ci riconosciamo nello stesso cammino come religioni anche se la Carta non è per nulla un documento di fede. Pace, giustizia, salvaguardia del creato, tutto si e ci lega. Se riuscissimo a cambiare la legge della mors tua, vita mea, in vita piena per tutti, potremo farcela, anche per le nuove generazioni. Cerchiamo, finita Expo, di non disperderci su questi temi che a ben guardare sono davvero politici».

Piergiorgio Acquaviva, presidente del Consiglio delle Chiese Cristiane di Milano – diciassette le Confessioni aderenti, da oltre sedici anni impegnate a dimostrare un cammino di unità nella diversità come comunione di Chiese – ricorda la lettera scritta a tutti i visitatori di Expo dal Consiglio, esprimendo attese, ma anche qualche preoccupazione. «Crediamo – auspica – che L’Esposizione possa essere una reale spinta alla conversione comune anche delle Chiese. Crediamo che sia cresciuta la consapevolezza che occorra raddrizzare tante storture economiche e sociali anche da parte delle fedi che comunque partecipano dell’edificazione della società».

Yahya Pallavicini, vice Presidente della Coreis – Comunità Religiosa Islamica e Mahmoud Asfa, Presidente della Casa della Cultura Musulmana, sono la “voce” di un Islam convinto dei valori della Carta e preoccupato del travisamento della religione islamica operato da fenomeni come l’Isis. «Le religioni intepretano il disegno di Dio sulla vita dell’uomo. Il nostro ruolo di religiosi è creare l’equilibrio tra spirito e corpo. Il Profeta ha avuto parole forti predicando che l’umanità è associata da tre cose – l’acqua, il cibo e il fuoco – e questo è in linea con la Carta di Milano. Giuro non è credente chi dorme con la pancia piena, mentre il suo vicino e affamato», scandisce Asfa, citando ancora Maometto. «Non basta pregare nei luoghi di culto, ma occorre essere concreti operatori di giustizia. L’equa distribuzione del cibo è il miglior modo per configgete le guerre. Per i musulmani è una ferita particolarmente dolorosa quella che sta infliggendo l’Isis con le sue distruzioni, che nulla hanno a che vedere con lo spirito vero di pace, di giustizia e di fraternità dell’Islam».

Infine, in un clima di gioia, la firma della Carta di Milano che verrà portata alle Nazioni Unite, la meditazione laica sul nutrimento letta da alcuni giovanissimi ragazzi in italiano, inglese francese e la benedizione religiosa del cibo secondo le singole tradizioni, per i cattolici attraverso le parole della liturgia di San Giacomo del IV secolo, scritta prima della divisione dei cristiani. Sono trascorse due ore, senza quasi accorgersene, la gente non si muove evidentemente colpita da quanto ascoltato e detto, fino a che il cibo kosher e hala, preparato, nel rispetto delle regole alimentari di tutti, dal primo chef stellato vegetariano, Pietro Leemann, venga distribuito tra un intreccio di linguaggi, colori di pelle, costumi tipici, emblemi delle religioni, con il rabbino che dialoga con l’imam, il buddista con i protestanti, il sacerdote cattolico con gli ortodossi. Tutti con in mano la ciotola di riso profumato da aromi naturali di tante parti del pianeta e un semplice pezzo di pane.

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