Roberto Pagani, responsabile del Servizio per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso, rilegge in chiave “ambrosiana” il messaggio del Papa per la Giornata della pace, «un documento ben accolto anche dai rappresentanti delle altre religioni»

di Luisa BOVE

Roberto Pagani

«Vinci l’indifferenza e conquista la pace» è il titolo del Messaggio di papa Francesco per la Giornata mondiale del 1° gennaio 2016. Un testo profondo e ricco di spunti per riflettere e compiere gesti concreti di solidarietà. Nel Messaggio il Santo padre si rivolge ai singoli individui, alle comunità, ai popoli, agli Stati, perché tutti possono fare la loro parte in ordine alla pace. Il Papa invita anzitutto a non perdere la speranza nelle capacità dell’uomo di «superare il male» e «non abbandonarsi alla rassegnazione». Per la Chiesa ambrosiana cosa significa guardare al futuro con speranza? «Come responsabile del Servizio per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso cerco di declinare il Messaggio del Papa sugli aspetti di cui mi occupo e da questo punto di vista gli stimoli sono tanti», dice il diacono Roberto Pagani.

Per esempio?
Ho avuto modo di verificare sul campo che il Messaggio per la pace, a partire dal titolo, è stato ben accolto dai rappresentanti delle altre religioni. Una persona buddista mi raccontava come sentiva davvero suo questo invito e le modalità con cui è stato rivolto, a partire dalla dimensione personale e familiare. Ma il Papa parla anche di vicinato e del mondo del lavoro. Ovunque è possibile costruire relazioni che vincano l’indifferenza. Purtroppo da questione individuale l’indifferenza si sta allargando a dimensione sistemica.

E voi cosa fate?
All’interno del mondo ecumenico, quindi dei rapporti tra cristiani di varie confessioni e con le altre religioni, cerchiamo di contribuire a dare spazio alla speranza. In questo momento, infatti, il rischio è che l’altro venga visto in termini di paura e non come un’opportunità della costruzione di un legame che può definire il volto della nostra Diocesi nei prossimi anni.

Il Papa parla di «globalizzazione dell’indifferenza» perché essa non riguarda più solo il singolo individuo, ma l’intera società…
Sì, lo diciamo soprattutto noi in Occidente e anche in Italia. Questo nasce dalla considerazione che quando l’uomo sta bene tende a essere autosufficiente o si illude di esserlo. E in Paesi come il nostro che – grazie al cielo -, godono di un benessere superiore alla media e anche a quella di tanti popoli, questo rischio diventa ancora più reale.

Non a caso nel Messaggio si parla addirittura di indifferenza nei confronti di Dio…
Certo, perché l’autosufficienza tende ad auto-attribuirsi i meriti di ciò che va bene. E questo è anche l’esito di una certa modalità che fa riferimento alla teoria della retribuzione, gratificando col benessere un uomo che alla fine si sente in pace con la propria coscienza. In realtà abbiamo bisogno tutti della misericordia del Signore.

Il Santo Padre invita a vivere gesti concreti nei confronti di persone fragili nella società: prigionieri, migranti, disoccupati e malati. Categorie di cui la stessa Chiesa ambrosiana già si fa carico. Possiamo fare di più?
A questo proposito racconto due esperienze appena partite. La prima è un lavoro tra i rappresentanti delle varie religioni proprio all’interno delle carceri. Alcune amministrazioni carcerarie, infatti, hanno chiesto di aiutare gli operatori, quindi agenti penitenziari e insegnanti, a essere educati sul pluralismo religioso. È evidente che la presenza nelle carceri è multietnica, come nella nostra società, ed è altrettanto evidente che a livello europeo le carceri sono un luogo di radicalizzazione dell’estremismo, che può sfociare anche nel terrorismo, di cui purtroppo siamo stati oggetto recentemente. Il richiamo del Papa affinché la giustizia sia amministrata nel modo migliore possibile è uno dei contributi essenziali perché il risentimento venga eliminato.

E la seconda esperienza?
È ecumenica. Anche qui il Papa ne è stato l’ispiratore, invitando a vivere l’ecumenismo della diaconìa, cioè a condividere gesti caritativi tra cristiani di diverse confessioni. Noi abbiamo accolto questo invito insieme ad alcune comunità pentecostali che non si sono tirate indietro, anzi, si sono proposte per gesti di condivisione coinvolgendo anche le parrocchie dove oggi sono presenti. Questo anche grazie alla buona collaborazione tra il Servizio per l’ecumenismo e la Caritas Ambrosiana. Questo diventa un modo per educare le nostre comunità ad accogliere l’invito del Papa alla speranza e a riconoscere nell’altro non un potenziale nemico, ma un compagno di strada per un cammino insieme. Lo scopo è di realizzare un gesto concreto che risponda al bisogno dei più poveri, degli ultimi e degli emarginati. Sarebbe bello che i cristiani potessero offrire una testimonianza di unità nella carità, anche facendosi carico delle persone più emarginate delle nostre parrocchie e dei nostri quartieri.

 

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