Gianni Borsa, tra gli ideatori del progetto «Dall’io al noi. Chiavi di lettura in tempo di Coronavirus», illustra contenuti e modalità di questo percorso formativo intergenerazionale on line

di Marta VALAGUSSA

Gianni Borsa

«Di fronte a ciò che sta accadendo nelle ultime settimane, non possiamo oggi formulare delle tesi, perché purtroppo non le possiede nessuno. Così come del resto nessuno aveva previsto quanto sta accadendo con l’emergenza Covid-19. Abbiamo tante chiavi di lettura, ma nessuno può permettersi di avere risposte certe. Come Azione Cattolica ambrosiana abbiamo quindi pensato di non proporre percorsi strutturati e definiti, ma di ragionare insieme, ponendoci insieme delle domande». Così Silvia Landra, presidente di Azione Cattolica ambrosiana, spiega le ragioni che hanno spinto l’associazione a proporre un pacchetto di cinque incontri di formazione online, chiamato «Dall’io al noi. Chiavi di lettura in tempo di Coronavirus».

Gianni Borsa, giornalista e socio di Azione Cattolica, lei è tra gli organizzatori del progetto “Dall’io al noi”. Com’è nata questa iniziativa?
Sono tre le premesse fondamentali. Quando ci siamo accorti che non era più possibile fare formazione in modo consueto per come eravamo abituati in Ac, eravamo altrettanto consapevoli che non fosse venuto meno il desiderio di formarci, di studiare, di capire meglio come poter vivere questo tempo. Non era possibile neppure mantenere vive in modo diretto le relazioni, che sono il fulcro della vita associativa, oltre che della vita di ogni giorno. Ma avevamo una gran voglia di trovarci, anche se in un modo nuovo, per ragionare insieme. La terza sottolineatura riguarda la necessità di prepararci al futuro, a ciò che ci aspetta, una volta conclusa almeno l’emergenza sanitaria.

In che modo allora proporre formazione, per consentire di pensare ancora insieme, come associazione?
Proponiamo cinque incontri. Abbiamo scelto alcuni argomenti, ma potrebbero essere molti di più. Abbiamo immaginato un piccolo pacchetto di proposte anche per verificare se questo prototipo possa essere in futuro un’occasione di formazione a distanza. Si tratta di cinque video che verranno pubblicati il giovedì sera sul sito di Ac ambrosiana, proposti ogni settimana da un relatore diverso, a seconda dei differenti argomenti. Il relatore ci aiuterà ad analizzare il tema prescelto e a lanciare lo sguardo in avanti sul dopo-pandemia. Il sabato mattina successivo (tranne per il primo appuntamento, che sarà domenica pomeriggio), quindi due giorni dopo, sarà possibile assistere a una diretta con il relatore che risponderà a domande, sollecitazioni, dubbi e proposte che ogni partecipante potrà inviare tra il giovedì e il sabato.

Quali temi saranno trattati?
Daremo uno sguardo alla storia e alle crisi del passato insieme a Giorgio Vecchio, rifletteremo sulle relazioni e lo stile di vita con Luigi Alici, potremo interrogarci su come ricucire la società insieme a Chiara Giaccardi. Poi sarà il turno di Marco Ferrando per affrontare il tema spinoso di economia e lavoro; e infine Stella Morra ci aiuterà a pensare al rapporto fede-vita, riconoscendo che «la situazione è occasione», come profeticamente annunciato dall’Arcivescovo nella sua Proposta pastorale.

A chi sono rivolti questi incontri?
Si tratta di una proposta formativa intergenerazionale, perché siamo tutti sulla stessa barca. Ogni età – giovane, adulta o anziana – vive le stesse dimensioni: il virus in questo momento è riuscito ad accomunare le generazioni come mai si è riusciti in passato. Ai giovani si può forse raccontare un mondo diverso da quello che vivono adulti e anziani? Sarà nella capacità dei relatori saper parlare ai giovani e agli adulti insieme.

Nello specifico, l’incontro con Stella Morra darà l’opportunità di far emergere tutte le domande di fede che i credenti stanno maturando in questi mesi di restrizioni.
Certamente. Il taglio ecclesiale vuole partire dalla Bibbia, la «Parola che non passa» (come diceva don primo Mazzolari), che dà luce ai nostri passi. Ora stiamo vivendo modalità religiose diverse, valorizzando i sistemi digitali, ma anche ritornando a una fede popolare, genuina, benché talvolta si rischia di lambire la superstizione. Gli strumenti digitali ci fanno assistere alle funzioni religiose, ma ci manca la comunità dei fedeli. Le forme liturgiche e spirituali della fede conosciute finora sono le uniche con cui possiamo vivere il rapporto con Dio e la comunità? Perché ancora ci serve la comunità? Abbiamo scoperto che possiamo essere, nelle nostre case, «famiglia piccola chiesa», come ha scritto Carlo Carretto. Ma è sufficiente?

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