Sabato mattina un convegno in Curia promosso dalla Pastorale sanitaria della diocesi dal titolo «Una società post-mortale? Considerazioni etiche intorno alle domande di salute». Intervengono il direttore sanitario Massimo Molteni e il medico di terapia intensiva Alberto Giannini

di Stefania CECCHETTI

Il progresso della medicina può darci l’illusione che la morte si possa sconfiggere. Allora anche la domanda di benessere, di salute a tutti i costi, può diventare una pretesa, un autentico progetto di vita e di società.

Per riflettere su questi temi la Pastorale della salute della Diocesi ha promosso il convegno «Una società post-mortale? Considerazioni etiche intorno alle domande di salute», che si terrà sabato 11 ottobre. «Il termine società post-mortale – dice don Paolo Fontana, responsabile del Servizio – nasce dall’idea che tutti gli interventi che vengono continuamente richiesti alla medicina siano di cancellazione della morte. Fino a qualche anno fa si parlava della morte dicendo che viene oscurata, occultata, messa all’angolo; ora invece viene frammentata, decostruita, scomposta, sottratta alla sfera sociale. Invece è una realtà che rimane. Come ci rapportiamo, dunque, alla morte?». Si trovano a tu per tu con questi interrogativi ogni giorno i due medici che interverranno come relatori.

Alberto Giannini, responsabile della terapia intensiva pediatrica del Policlinico di Milano, nonostante ci tenga a precisare di essere un rianimatore e non un pediatra, si trova a convivere con la peggiore delle morti, quella che colpisce i bambini: «La morte esiste anche per i bambini, benché sia un pensiero difficile da pensare. La società italiana più di altre fa fatica a contemplare questa dimensione, basti pensare che nel nostro Paese non esiste una legislazione sul fine vita. L’unico testo di riferimento, ma non è normativo, è il codice di deontologia medica. Le società scientifiche di anestesia e rianimazione, sia di adulti che pediatriche, hanno pubblicato alcune raccomandazioni sulla morte che riconoscono la possibilità di sospendere i trattamenti di supporto vitale quando non sono più proporzionati alla situazione». E su questo tema delicatissimo Giannini aggiunge: «La semplice disponibilità di un mezzo di cura non pone l’obbligo di utilizzo. Di fronte a questi casi dobbiamo interrogarci sulla proprietà ed efficacia della cura, chiederci se è attuabile in quel contesto, se il risultato sarà durevole, se le complicanze sono accettabili e questo solo per restare alle competenze del medico. In più bisogna considerare la gravosità della cura, e questa valutazione spetta al paziente e, nel caso dei bambini, ai genitori».

Ma anche senza arrivare alle considerazioni estreme sul fine vita, la società post-mortale ha ridisegnato l’attitudine delle persone verso la legittima aspirazione allo «stare bene». Come spiega Massimo Molteni, neuropsichiatra infantile e responsabile dell’attività di psicopatologia dell’età evolutiva presso «La Nostra Famiglia» di Bosisio Parini: «La domanda di salute si è enormemente dilatata: va dai quadri clinici gravi, a malattie più lievi, a situazioni che si riferiscono più al benessere che non alla guarigione dalla malattia. Più che la salute, si va rincorrendo un desiderio di felicità totale, che si cerca di colmare anche attraverso la domanda al sistema sanitario. Ma attenzione: felicità e benessere sono ben diversi dall’assenza di malattia. Noi medici subiamo sempre più pressione, da parte dei pazienti, per i quali è difficile accettare che il fallimento non possa essere attribuito solo all’incompetenza dei medici o dell’inefficienza della struttura sanitaria ma con i limiti della natura umana». E Molteni sottolinea un paradosso: «Spesso è proprio la patologia grave, incomprensibile e improvvisa che permette al malato di cogliere il vincolo e il limite della nostra natura, aprendosi così a una nuova dimensione e a un significato del vivere». Non stupisce che in questa società priva del senso del limite, «anche i due baluardi estremi della vita, la nascita e la morte, diventino oggetto di un tentativo disperato di manipolazione».

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