Il ricordo del Camilliano nelle parole di suor Teresa Martino, che ha raccolto la responsabilità di portare avanti la sua opera

di Luisa BOVE

Se l’aspettava, suor Teresa Martino, l’apertura del processo di canonizzazione di fratel Ettore Boschini, il camilliano morto il 20 agosto 2008. «Lo sapevo, non avevo dubbi, ma quando la notizia diventa pubblica l’emozione è grande», assicura la donna che ha raccolto l’eredità dell’opera fondata dal religioso per l’assistenza ai poveri.

Fin dagli anni Settanta aveva iniziato a ospitare i senza tetto nel famoso “rifugio” adiacente alla Stazione Centrale di Milano. «Fratel Ettore è stata la persona più importante della mia vita, l’ho conosciuto che avevo già 40 anni, ma la mia conversione risaliva a 10 anni prima. Incontrando fratel Ettore si è concretizzato per me il modello di fede che in quegli anni mi portavo dentro. Quando l’ho visto mi sono detta: “Voglio fare anch’io così”. Vederlo è stato come ricevere una risposta dal Signore.  La sua testimonianza corrispondeva all’idea di fede, di creatività e di coraggio che avevo in mente. Quello che più mi stupiva era la forza totalmente inerme che aveva, come un guerriero disarmato».

Quando l’ha visto in Abruzzo, la prima volta, Teresa è rimasta colpita da quel camilliano e ha chiesto informazioni su di lui. «Il mio parroco mi ha spiegato chi era fratel Ettore e che raccoglieva i poveri. Di lui non sapevo nulla, poi con un’amica decisi di venire a Milano per conoscere la sua opera». Il primo luogo che ha visitato e dove poi è stata era il “rifugio” alla Stazione Centrale, in seguito è andata a Seveso presso Casa Betania. È rimasta al fianco del religioso per 10 anni. «Dopo la conversione ho iniziato un cammino personale, ma la mia formazione è stata “sul campo”  con fratel Ettore, perché avevo bisogno di concretezza». «Con lui ho abbandonato tutto, in senso evangelico – continua suor Teresa -, non avevamo neanche il tempo di portare la bisaccia, un golf… eravamo davvero spogliati di ogni cosa. È stato un grande dono che il Signore mi ha fatto, altrimenti non avrei potuto reggere e stargli dietro così».

Sono passati nove anni dalla scomparsa di fratel Ettore. «Dopo la sua morte, per un lungo periodo sono rimasta abbagliata dal ruolo, ma continuavo a camminare sulla strada già tracciata. Adesso che ho 60 anni e meno forze fisiche, non ho più paura e non ho più bisogno di mettermi alla prova, mi sento invece serena e tranquilla». E la conferma che l’opera dovesse continuare, suor Teresa l’ha avuta due settimane dopo la morte del fondatore, «quando sono arrivate Ester e Laura, due ragazze splendide di 24 e 25 anni, che il Signore mi ha mandato in aiuto e che sono innamorate dei poveri. Io allora ero molto presa dall’opera e anche loro erano così giovani. Ma alla fine non ce l’ho fatta da sola, ma abbiamo portato il peso insieme».

Ora che tanti lavori strutturali, messe a norma e iter burocratici sono conclusi, possono dedicare più tempo all’assistenza agli ultimi. «Finalmente ne siamo usciti – dice la religiosa -, ma soprattutto siamo rimasti poveri, semplici e spero che l’opera rimanga così come fratel Ettore l’ha voluta». A Milano stanno terminando anche i lavori al Villaggio della misericordia nel quartiere Affori dove c’è un grande dormitorio che ospiterà gli uomini. «Lì abbiamo diverse opere, c’è anche un reparto che ospita donne malate e al piano di sopra un dormitorio femminile».

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