La questione proposta da Galli della Loggia sul Corriere. Non sono solo una nuova modalità americana di eludere qualsiasi riferimento al Natale, ma una forma di quel fenomeno di "smaterializzazione" che investe la cultura occidentale, effetto della globalizzazione e di un costume che già incide nel pensiero e nella cultura corrente. E mentre la Chiesa di Papa Francesco richiama con forza a un nuovo umanesimo, si diffonde una nuova antropologia che lasciando intatta la forma delle cose, ne elimina il contenuto, la loro ragione profonda

di Paolo BISCOTTINI

season greatings

I "Season’s greetings" di cui ci ha parlato Galli della Loggia sul "Corriere della Sera" alla vigilia di Natale, non sono solo una nuova modalità americana, e ormai non solo, di eludere qualsiasi riferimento al Natale, con le giuste considerazioni del fondo, ma una forma di quel fenomeno di "smaterializzazione" che investe la cultura occidentale, effetto della globalizzazione e più precisamente di un costume che già incide nel pensiero e nella cultura corrente. E mentre la Chiesa di Papa Francesco richiama con forza a un nuovo umanesimo – altra cosa da quello che si fonda sul concetto della libertà di fare, proponendo quella di essere – si diffonde, non da oggi evidentemente, una nuova antropologia che lasciando intatta la forma delle cose, ne elimina il contenuto, la loro ragione profonda. A proposito del Natale la questione e’ evidente e grave, perché mina alle radici l’essenza dell’essere cristiano.
Sui "Season’s greetings" si è già detto. Potremmo liquidare il fatto con la scontata battuta di marca bogartiana, "e’ l’America bellezza", se non fossimo ormai consapevoli che l’oceano fra noi e loro non esiste più, eliminato da tante cose, fra le quali non ultima internet, a cui dobbiamo l’eliminazione, frutto di ragioni anche economiche, di quei biglietti augurali cartacei, magari un po’ corrosi dall’abitudine, che eran sempre capaci di sorprenderci, se non altro per lo sforzo di decifrare la firma, oppure per un aggettivo o una frase affettuosi, che portavano nelle nostre case il profumo di una persona e del suo ricordo. Un soffio di poesia nel tran tran natalizio, inaspettato, gratuito. Immateriale si potrebbe dire, ma pure presente e vivo, carta che tocco, biglietto che a volte conservo, ricordo di una persona, capace di risvegliare la memoria, come il suono di una campana (oggi per lo più registrato e non reale) che ci invita a guardare l’ora e, per chi lo vuole, ad andare a Messa.
Magari si fa ancora il Presepe, perché sono legato alla tradizione dell’infanzia, perché, come l’albero, fa tanto Natale… Ma a Messa non ci vado, io il Natale lo sento nel cuore, e’ festa, sto con la famiglia, faccio tutto, anche il cappone… ma a Messa non vado, non ce la faccio, sono stanco e poi io credo in Gesù, ma non nella Chiesa. Difatti non mi sposo, ho visto troppi matrimoni finire e poi l’importante e’ l’amore…. Qui bisognerebbe fermarsi e chiedersi cos’e’ questo amore senza il senso di un’eternita’ che solo Dio e la sua Chiesa promettono? Cos’è la vita senza il mistero che l’avvolge e ci sospinge verso l’oltre e, si perdoni l’assonanza, l’altro? Non si dovrebbe diventar vecchi per capire quanto sia importante questo amore. Si dovrebbe capir prima, guardando la mamma e si è bambini, e capire nel suo darsi e donarsi il senso vero e concreto dell’amore di Cristo. Cosa resta del Presepe se tolgo Gesù Bambino? Cosa ne è se lo lascio, ma non credo nella sua nascita misteriosa da donna, e poi nella sua morte e nella sua resurrezione?
I "Season’s greetings" ci parlano di un bel paesaggio innevato, in cui non c’è una stella cometa. Cosa resterà di questo paesaggio nel momento del mio dolore, della mia morte? Quale speranza mi porta questo paesaggio? Non eliminiamo il corpo di Cristo, non smaterializziamo il Natale, non eliminiamo la poesia che da secoli diventa preghiera, canto, invocazione.

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