Nella XV sessione l'organismo diocesano si è interrogato sulla drammatica vicenda attraversata, sull’esperienza ecclesiale vissuta e sulla speranza testimoniata

di Valentina SONCINI
Segretaria del Consiglio pastorale diocesano

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Il 23 febbraio mattina si concludeva la XIV sessione del Consiglio pastorale diocesano a Triuggio. Il tema dedicato al Decanato e alla rivisitazione del Consiglio pastorale decanale aveva suscitato molti interventi. Già si pensava allo step successivo, ma, inaspettatamente quella stessa sera prese avvio il lungo lockdown. Ora viene riconvocato il Consiglio pastorale, sabato 20 giugno si è tenuta la XV sessione, con questo punto all’ordine del giorno: «Condivisione delle esperienze delle nostre comunità ecclesiali nel tempo della pandemia alla luce della fede: cosa possiamo imparare da quanto abbiamo vissuto e stiamo vivendo, quali indicazioni possiamo individuare per una ripresa del cammino nella Chiesa ambrosiana?».

La modalità della sessione porta ancora i segni di quanto successo: è stata una sessione online, solo ieri pomeriggio. Eppure l’Arcivescovo ha voluto convocare il Consiglio per poter ascoltare questa porzione di Chiesa, rappresentativa della Diocesi, e cogliere le domande profonde che la drammatica vicenda ha provocato, il tipo di esperienza ecclesiale che si è potuto vivere, quale speranza si è testimoniata. L’Arcivescovo ha voluto anche far emergere uno sguardo al futuro prossimo chiedendo consigli sui passi da compiere. Insieme ai tanti consiglieri provo anch’io a portare un contributo.

Questo lungo lockdown è stato un tempo drammatico e intenso: un tempo di perdite di persone, parenti e amiche, di perdita di possibilità. Ho sentito in profondità la drammaticità di queste perdite, unitamente al fatto di non poter vivere insieme i momenti di pianto e di consolazione. Un dramma collettivo ha bisogno anche di luoghi dove insieme rielaborare il lutto. Ho sentito la tristezza di quanto stavamo perdendo: come dirigente di una scuola superiore ho visto per mesi la scuola senza studenti, molti ugualmente raggiunti online, ma altri invisibili e irraggiungibili.

Sono emerse con forza la precarietà del nostro vivere e insieme una domanda di salvezza più disarmata: molte espressioni dei Salmi esprimono questa situazione di precarietà che diventa invocazione a Dio e affidamento. Sono parole diventate per me più vere.

In questo scenario ho vissuto l’esperienza comunitaria in due modi: nella coltivazione delle relazioni amicali, fraterne e nell’ascolto della parola di papa Francesco e del nostro Arcivescovo. Entrambi, ciascuno al proprio livello, nel silenzio della città, hanno preso parola, fatto gesti, innalzato preghiere a nome del popolo e per il popolo. La Chiesa intera si è mostrata come sacramento in assenza della possibilità di amministrare i sette sacramenti.

È stato un tempo di forzati cambiamenti e accelerazioni di processi: le abitudini sono state sospese, le prassi costrette a modificarsi.

Come dice il proverbio «la bolletta aguzza l’ingegno», così è successo: il non potere più fare come prima ha stimolato nuove prassi, nuove vie, alcune legate all’eccezionalità del momento, altre utili da tenere presente anche oltre l’emergenza. Diciamo che tutto si è fermato, ma sappiamo anche che molti settori non si sono mai fermati. La scuola non si è interrotta. ma con un switch è passata da «in presenza» a «da remoto»: i collegamenti permessi dalla tecnologia sono stati necessari, ma la vera condizione sine qua è stata e rimane sempre la passione educativa, senza la quale non c’è scuola, nemmeno in presenza.

Sono emerse le potenzialità dei linguaggi ordinari delle famiglie per poter pregare e insieme seguire i tempi della liturgia: come le case hanno ospitato le aule di scuola, così hanno anche ospitato le celebrazioni da remoto. Sono emersi con creatività i linguaggi della solidarietà, nel condominio soprattutto.

Questa attivazione non deve spegnersi con il finire dell’emergenza, ancora ci serve molto per tenere vicino persone che la vita pone lontane per malattia, per situazioni di vita.

Abitare questo tempo scegliendo di starci operosamente, senza recriminare, è un segno di speranza: siamo in un tempo già salvato e reso inseparabile dall’amore di Dio, qualsiasi cosa succeda.

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