Nella Cappella feriale del Duomo la Celebrazione penitenziale d’Avvento presieduta dall’Arcivescovo

di Annamaria Braccini

delpini

«Abbiamo bisogno di essere perdonati, vogliamo accogliere l’invito a perseverare nel cammino di penitenza e di conversione avvicinandoci al Natale. Questa Celebrazione non sostituisce la confessione, ma chiediamo perdono anche preparandoci al Sacramento della confessione». È questo il senso delle Celebrazione penitenziale di Avvento, voluta e presieduta, nella Cappella Feriale del Duomo, dall’Arcivescovo.

Al Rito, seguito dai fedeli in diretta tv, web e radio, hanno preso parte il Vicario generale, monsignor Franco Agnesi, il Vicario episcopale per l’Educazione e la Celebrazione della fede, don Mario Antonelli, una rappresentanza di confessori impegnati in Cattedrale, qualche parroco della città e alcuni laici. A guidare la preghiera, monsignor Fausto Gilardi, penitenziere maggiore del Duomo e responsabile del Servizio per la Pastorale liturgica.

Ci vuole il fuoco

Nel richiamo alle Letture, dal terzo capitolo (1-7) del Libro del profeta Malachia e dal Vangelo di Matteo (3, 1; 11-12), l’Arcivescovo, in avvio della sua riflessione, dice: «Non basta l’acqua: ci vuole il fuoco. Non basta Giovanni, ci vuole Gesù e il suo Spirito di fuoco. Non bastano le abluzioni e i riti esteriori, l’osservanza delle regole dell’igiene e dei protocolli, ci vuole un cuore nuovo, uno spirito nuovo, un amore che rende possibile compiere le opere di Dio. Non basta essere in regola, è necessario essere presenza di pace, ardore di carità, testimoni di speranza».

Il pensiero va al momento che stiamo vivendo: «Non basta tirare avanti, aspettare che passi la pandemia, siamo chiamati a correre con perseveranza nella corsa che ci sta davanti tenendo fisso lo sguardo su Gesù. Non basta essere brava gente, ci vogliono santi, uomini e donne che vivono come tutti, ma sono amici di Dio, uomini e donne che non nascondono di essere peccatori, di avere dei difetti, ma che sono in cammino per diventare santi e lo desiderano con tutto il cuore. Non basta andare a Betlemme, si deve andare fino alla città santa, la nuova Gerusalemme».

Un’umanità nuova

E se pure «di penitenze quest’anno, molti ne hanno già fatte fin troppe» – nota ancora l’Arcivescovo – «con pene e pesi che li hanno stremati, per il lavoro che fanno, per le situazioni in cui vivono, per lo strazio per le persone care», occorre “buttare il cuore oltre l’ostacolo”, non rassegnandosi mai ed essendo docili allo Spirito, «specie noi confessori». Insomma, «ritrovando quella voce che promette un cuore nuovo».

Anche perché «a essere realisti non è che, a Natale, nasce un’altra volta Gesù, ma forse può nascere in noi l’umanità nuova che può farsi carico di scrivere una storia nuova». Quella della conversione che «è un cammino che porta a chiedere il perdono dei peccati».

Per questo, «la confessione di Natale, quest’anno, merita di essere celebrata con particolare intensità», in un momento quanto mai opportuno, specie dopo gli ultimi mesi. «A Pasqua, nei tempi del lockdown, non è stato possibile celebrare i riti santi della Settimana santa e neppure partecipare in modo popolare alla confessione pasquale. Poi, molte cautele e paure, alcune ragionevoli, altre più ossessioni che ragioni, hanno rarefatto gli incontri di presenza e quindi anche la confessione personale. Viene ora il momento opportuno per fermarsi, per un esame di coscienza che porti alla luce la nostra verità di fronte a Dio, e che, attraverso questo cammino, accolga la grazia del pentimento e del perdono che la Chiesa concede a chi si pente».

Raccomandazioni e indicazioni

Da qui, alcune raccomandazioni: «La riconciliazione con Dio, principio e meta del cammino di conversione, è sempre attraverso la riconciliazione nella Chiesa: perciò la forma più coerente per celebrare questo sacramento è la celebrazione comunitaria durante la quale ci sia l’assoluzione individuale».

Il ringraziamento va ai sacerdoti che si fanno carico delle confessioni, «assicurando la disponibilità e avendo cura delle giuste precauzioni per evitare il contagio. Mi immagino che, ormai, ogni parrocchia abbia realizzato un luogo adatto alla riservatezza e alla sicurezza, un contesto rassicurante per permettere la confessione spirituale e ricevere l’assoluzione. Molti preti sono stati logorati in questi mesi del numero dei funerali, dal senso di frustrazione per quello che non si può fare, dall’impegno per tutti gli aspetti della vita delle comunità vissuti con una particolare complicazione. Però adesso sono disponibili per le confessioni, perché non basta l’acqua, ma ci vuole il fuoco per renderci uomini e donne nuove».

Chiara, allora, l’indicazione: «Non mi pare che ci siano le condizioni per una pratica diffusa per l’assoluzione generale che pure è contemplata. Forse, in alcune strutture sanitarie e Rsa non è possibile altra forma: quando ce ne fosse la necessità i preti possono chiedere in Cancelleria l’autorizzazione a questo forma del Sacramento, la terza forma del rituale». Fondamentale e auspicabile rimane, tuttavia, «quell’incontro personale di cui abbiamo bisogno, che permette il dialogo penitenziale e predispone all’assoluzione».

Poi, il momento di silenzio e di preghiera personale e il Salmo 50 che, tutti, anche da casa, vengono invitati a recitare in piedi. Infine, da parte dell’Arcivescovo, ancora una sottolineatura rivolta a ogni comunità della nostra Chiesa: «Incoraggio di nuovo a vivere questo cammino di conversione nella certezza che la misericordia di Dio ci raggiunge sempre e per molte vie, attraverso la Celebrazione comunitaria della riconciliazione con la confessione individuale; attraverso, in qualche caso, l’assoluzione generale, soprattutto, come ho detto, in strutture particolari come le Rsa. Inoltre, la tradizione ha sempre riconosciuto il valore della contrizione, per poi accedere al Sacramento in un altro momento, e non voglio dimenticare quella espressione dei Padri della Chiesa che dice che l’elemosina copre una moltitudine di peccati. Per tanti peccati quotidiani, forse, il rimedio, il nostro modo di sentirci riaccolti nella grazia di Dio, è proprio quello della carità, spicciola, ordinaria, fedele e attenta. Tante strade, quindi, per giungere a Natale con un cuore nuovo».

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