Nel giorno della Commemorazione dei Defunti, il Cardinale ha presieduto celebrazioni eucaristiche in Sant’Ambrogio, nel cimitero di Chiaravalle e, infine, in Duomo. Forte il richiamo a vivere la vita nella consapevolezza della risurrezione

di Annamaria BRACCINI

scola defunti Chiaravalle

Due novembre, giorno in cui si prega e si ricordano i defunti. Il cardinale Scola è nel cimitero di Chiaravalle, vicino all’omonima Abbazia, nel territorio del Decanato Vigentino. Concelebrano, infatti, accanto all’Arcivescovo, molti monaci e il decano, don Massimiliano Sabbadini, che rivolge un indirizzo di saluto e di benvenuto al Cardinale di fronte a centinaia di fedeli.
«Negli anni abbiamo appreso che la ferita per la dipartita dei nostri cari non si rimargina mai, anche la se la tentazione umana della dimenticanza è sempre presente, anche se la nostra memoria è sbiadita», dice subito l’Arcivescovo. Eppure vi è un modo per superare questo dolore, essere consapevoli che «siamo destinati alla risurrezione e che vi è solo una speranza certa: poter essere tutti accolti, se non ci siamo rifiutati all’abbraccio dl Signore o se, comunque, abbiamo una coscienza retta».
E continua la riflessione: «tutti aspiriamo a rivedere i nostri cari e questo potrà avvenire con la fede nella risurrezione della carne. Certo, il passaggio greve della morte, che comprensibilmente ci fa paura, permette, tuttavia, anche di capire che il nostro corpo vero non è quello mortale e che ciascuno risorgerà». Tanto che pur nella mestizia, il cuore può aprirsi: «siamo qui per la prospettiva del nostro futuro e per una diversa autenticità della vita presente».
Cita, il Cardinale, San Paolo, «seppure empi, peccatori, deboli, Cristo è morto per noi. Ecco la potenza dell’amore di Dio, anche quando eravamo nemici del Signore, come quando pecchiamo o ci rivoltiamo contro di Lui, siamo riconciliati e saremo salvati dalla croce dell’innocente».
È qui che deve situarsi ed essere compreso il grande gesto di pietà che si compie nel ricordare e onorare chi non è più vicino e visibile a noi in questa vita.
«Dobbiamo sapere che intratteniamo con loro un rapporto di comunione, un rapporto di amore non basato sulle nostre umane fragilità ma sulla roccia dell’amore di Gesù. Vivendo già in questa prospettiva di vita definitiva ed eterna, vivendo la fede cristiana nel nostro quotidiano, vivendo in relazione a Cristo, si fa presente un diverso sguardo sulla realtà e sul dolore». Il pensiero dell’Arcivescovo va ai cristiani martirizzati nel mondo, a quanti sono morti nell’esercizio del loro dovere, a coloro che sono stati uccisi nella violenza, ai familiari che soffrono.
«Cerchiamo di alleviare e di portare questo dolore cercando la giustizia e la verità, edificando famiglie stabili e aperte alla vita, impegnandoci, in questo tempo di crisi, per il lavoro che da dignità alla persona, concepiamo il tempo del riposo non come un semplice ’staccare la spina’, ma come condizione per sperimentare equilibrio negli affetti e nel lavoro, in una prospettiva di eternità».
Nasce da qui la responsabilità di farsi testimoni del grande dono ricevuto per la nostra unicità di “amati da Dio”.
«Che la memoria dei nostri cari incida per sempre nell’esistenza e in noi rinasca, quotidiano, il desiderio di costruzione dell’umano e della comunità cristiana e civile».
Concetti, ribaditi e sottolineati, successivamente, in Duomo dove il Cardinale ha presieduto la Celebrazione vigiliare, che ha preso avvio con la proclamazione del Vangelo della Risurrezione di Marco.
«Questo nostro convenire è dominato dalla parola decisiva per la vita di ogni uomo e donna: la parola Risurrezione. Se, nella nostra esistenza, non vi fosse questa prospettiva, se non avessimo la speranza di essere destinati a durare per sempre, la nostra fede perderebbe ogni credibilità. È questa prospettiva che ci riunisce chi è già all’altra riva, la ragione per cui ci siamo recati nei cimiteri e siamo qui ora, non per nostalgia, ma perché nella celebrazione eucaristica ci è data un’anticipazione della vita definitiva con Lui».
Questa consapevolezza «deve cambiare lo stile cristiano di vita. Per questo ci sentiamo fratelli di tutti e non c’e domanda che non sia anche la nostra perché il campo è davvero il mondo. A noi il compito e l’impegno di condividere i bisogni di ognuno, sia materiali che spirituali. La nostalgia dell’assenza dei nostri defunti si trasformi in energia di costruzione secondo con lo stile di vita del Risorto, da portare in tutti gli ambienti dell’umanità esistenza»..

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