Nelle conclusioni dell’Arcivescovo, queste le linee essenziali per la missione, che il Consiglio pastorale diocesano ha richiamato come dimensione permanente della vita cristiana

di Osvaldo Songini
Membro della Giunta del Cpd

missione Cropped

La XII sessione del Consiglio pastorale diocesano (Villa Sacro Cuore di Triuggio, 27 e 28 aprile) ha avuto come tema “La dimensione missionaria della Chiesa ambrosiana. Verifica e prospettive”. Due gli eventi imminenti che hanno suscitato l’urgenza della questione: in maggio l’Assemblea ordinaria della Cei sul tema “La verifica della missionarietà delle nostre Chiese” e in ottobre il mese missionario straordinario su “Battezzati e inviati. La Chiesa di Cristo in missione nel mondo”. L’obiettivo duplice: risvegliare la consapevolezza della Missio ad Gentes in occasione del centenario della promulgazione della Lettera apostolica di Benedetto XV Maximum illud sull’attività missionaria nel mondo e riprendere con nuovo slancio la trasformazione missionaria della vita e della pastorale secondo le indicazioni di papa Francesco.

I lavori della sessione sono stati preceduti, come di consueto, dalle assemblee dei consiglieri in ciascuna delle 7 Zone pastorali, che hanno affrontato due domande tratte dal capitolo 5 della Evangelii Gaudium di papa Francesco, per stimolare il confronto sulla spiritualità missionaria che si percepisce e si vive nelle singole comunità: quando e quanto nella vita personale e comunitaria si sente che gli aspetti indicati dal Papa sono vissuti? Come possiamo cogliere e favorire in noi, nel nostro agire, una reale apertura all’azione dello Spirito Santo?

Tutte le riflessioni scaturite dal confronto nelle Zone sono state raccolte in sintesi offerte come primo importante contributo da condividere nella seduta assembleare di sabato pomeriggio. Il successivo dibattito assembleare ha fatto emergere le varie esperienze missionarie attualmente in atto nelle comunità cristiane. I punti salienti sono stati: la centralità dell’incontro personale e comunitario con Gesù, l’ascolto docile e disponibile all’azione dello Spirito, la valorizzazione della missione (sia ad Gentes, sia nella vita ordinaria di ciascuno), la cura della qualità delle relazioni con gli altri e della testimonianza che sappiamo dare negli ambienti di vita. È stata raccomandata una particolare attenzione ad evitare l’eccessivo attaccamento a tradizioni e abitudini, il clericalismo che penalizza la corresponsabilità, il linguaggio ecclesiale che non raggiunge più le persone, la missionarietà come dimensione occasionale e non permanente della vita cristiana dei fedeli. Le sfide da affrontare sono molteplici: non far mancare al mondo l’annuncio di un amore che guarisce le ferite della storia; una conversione pastorale che fecondi gli ambiti ordinari di vita; uscire da una dimensione individuale e concepirsi di più come un popolo in missione; il rilancio della parrocchia, presenza ecclesiale sul territorio e centro di costante invio missionario; formare una maggiore sensibilità missionaria anche all’interno di associazioni e movimenti.

I lavori della domenica hanno rilanciato il confronto, chiedendo di esporre eventuali proposte per incrementare e far crescere la tensione missionaria nell’intera diocesi. Qualcuno ha chiesto di valorizzare e diffondere maggiormente il coinvolgimento dei laici (per esempio valorizzandoli anche nelle benedizioni natalizie), di mobilitare risorse e iniziative spirituali e di sostegno alle attività missionarie, di promuovere occasioni di formazione e di approfondimento che curino non solo “il cosa”, ma “il come” delle iniziative missionarie, cioè lo stile delle relazioni ad intra e ad extra della comunità.

Naturalmente, secondo quanto detto dall’Arcivescovo alla luce delle tante osservazioni, non si ha la pretesa di aver risolto o chiarito tutto. La missionarietà è una costante imprescindibile nella vita della Chiesa. Il mese missionario vuole tenere viva questa tensione, per rilanciare qualche linea senza contrapposizioni tra l’istituzione, con la sua dimensione organizzativa, e l’azione dello Spirito, che suscita idee e prassi nuove. Bisogna fare sintesi tra queste dimensioni e non contrapporle. Inoltre, oggi, la missione ad Gentes in Paesi dove la Chiesa è già presente in modo significativo implica una conversione di mentalità. Si tratta di concepire una collaborazione tra Chiese che comporta la predicazione del Vangelo in culture diverse dalla nostra. Da noi il Vangelo, già predicato da secoli, corre il rischio di essere colto come un testo che non riesce più a far percepire la sua freschezza originaria. Le altre Chiese più giovani, così come l’esperienza dei sacerdoti fidei donum, aiutano a recuperarla e a riproporla in forme nuove.

«Costruire comunità attraenti ha continuato l’Arcivescovo e sentirsi inviati dal Signore sono le due linee essenziali per la missione – ha sottolineato l’Arcivescovo -. Ciò che conta è assecondare e seguire il fuoco interiore dello Spirito. Devo avere il fuoco dentro per appiccarlo all’esterno. Forse il mese missionario non realizzerà tutto, ma ci aiuterà sicuramente a recuperare quell’ardore e quell’entusiasmo missionario che abbiamo sicuramente, almeno in parte, perduto».

 

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