Il Cardinale ha visitato la parrocchia dei Santi Pietro e Paolo a Vighizzolo di Cantù, facente parte della Comunità Pastorale “Madonna delle Grazie”. Ai moltissimi fedeli presenti ha chiesto di vivere in prima persona e insieme le responsabilità della Comunità

di Annamaria BRACCINI

Vighizzolo

L’inizio con la banda, la piccola processione con i sacerdoti presenti in parrocchia, la bella chiesa dalla nobile storia dove aveva preso dimora il patriarca Ballerini, gremita, i tanti chierichetti, il paese in festa, i rappresentanti dei quattro rioni nei loro costumi tradizionali, in prima fila il sindaco Bizzozero, con gli amministratori locali, gli applausi e i Dodici Kyrie ambrosiani. È questa l’accoglienza con cui Vighizzolo di Cantù dà il suo benvenuto al cardinal Scola che, molto atteso, giunge nella parrocchia dei Santi Pietro e Paolo, parte della Comunità Pastorale “Madonna delle Grazie”, con Brenna, Cascina Amata e Mirabello.
Il responsabile della Comunità, don Carlo Carubelli – amico fin dai tempi del Seminario dell’Arcivescovo – non si nasconde le difficoltà che ha dovuto recentemente affrontare la Comunità, ma dice: «Grande è il mistero della vita, anche quando è faticosa. Grazie del regalo che ci fatto, Eminenza, attraverso le fondazioni, permettendoci di mettere a norma l’impianto della cupola della Chiesa, senza costi per la comunità». E riflettendo sul milione e mezzo di euro che ancora grava sulla parrocchia, promette: «Lavoreremo ancora di più per sanare questo grave debito».
«Già da tempo volevo visitarvi per le difficoltà di varia natura che avete dovuto affrontare» – risponde idealmente il Cardinale, aprendo la sua omelia – «perché è ovvio che il Pastore senta la necessità di essere anche visivamente presente tra chi ha sofferto delle prove. È un gioia celebrare qui la grandissima festa della Trinità, radice della nostra fede».
Da qui l’invito a un coraggioso ripensamento del proprio essere Chiesa come insieme e come singoli credenti: «Siamo in prossimità della festa patronale di san Pietro e Paolo a cui questa parrocchia è dedicata e questo chiama in causa quella necessaria unità che valorizza ogni nostra azione, così da rendere più facilmente accessibile la ricerca di Gesù anche per i tanti nostri fratelli che, pur battezzati, che hanno perduto la via di casa ed evidente la convenienza di fondare la vita seguendo il Signore». Un «Dio vivo», come indica il “roveto ardente” della lettura del giorno, «un Dio che non è teoria, ma realtà che si interessa del suo popolo».
Dunque, riflettere di più su questo fondamentale dato della nostra fede, da cui scaturisce quello dell’incarnazione della morte e risurrezione del Signore, «diventa uno scopo bello e affascinante della nostra vita», suggerisce l’Arcivescovo.
«La Trinità e l’incarnazione salvifica di Gesù sono i grandi misteri cristiani eppure ce ne occupiamo poco», nota.
E, ancora, in riferimento alla Parola di Dio nell’Esodo, appena ascoltata, come tradurre la frase del Dio dei Padri, “Io sono Colui che sono”?.
«Con la consapevolezza del peso di Dio nella mia giornata. La fatica di vivere non è da poco e, anche se siamo nella parte più fortunata del pianeta» – il pensiero dell’Arcivescovo va alla fame nel mondo «che non è un a tragedia ineliminabile» –, siamo oggi messi ala prova, con la crisi ha toccato da vicino anche voi, con il cambiamento del modo di lavorare, di commerciare, con l’arrivo degli immigrati, anche di altre religioni, giunti qui in cerca di una vita più dignitosa». Messi alla prova anche «dalle grandi scoperte tecnico-scientifiche, dal mutamento dei costumi, dalla continua chiacchiera sull’amore che tuttavia continuiamo a non capire».
Davanti a tutto questo, una prima domanda che il Cardinale lascia alla Comunità: «Dov’è il peso di Dio, il roveto ardente, nella vita di tutti i giorni? Cosa ci insegna la Trinità, che, senza mutare l’unità di essenza e di sostanza di Dio, indica la differenza tra le Sue persone? Nella perfezione della circolazione d’amore tra il Padre e il Figlio viene la Trinità e viene tutta la creazione, ogni giorno, qui e ora. Se fossimo capaci di contemplare questi magnifici misteri, comprenderemmo che Dio è santo, Dio è oltre e altro, ma per amore ci è venuto vicino e non ci abbandona mai».
Come dice Paolo nella Lettera ai Romani, la conseguenza è che siamo figli e non più schiavi, figli che si sentono e si comportano da uomini liberi, che chiamano il Padre con il termine aramaico familiare e affettuoso di “Abbà”.
Nasce da questa certezza un ulteriore monito del Cardinale: «Dobbiamo sperimentare questi misteri per vivere il valore delle scelte. Pensiamo all’incapacità odierna di capire il pensiero della differenza basato sul non comprendere, appunto, il mistero trinitario che ne è base. La vita e la morte, il comprensibile dolore umano chiedono di essere travolti da questo amore appassionato che, con la Trinità, ci guida e in cui anche le prove sono una condizione per partecipare alla gloria di Dio. Iscriviamo la nostra vita dentro questo grande segno della fede».
E, alla fine, prima del saluto gioioso, ancora una breve riflessione: «Voglio dire grazie ai sacerdoti, alle suore – a Vighizzolo sono presenti le suore di Santa Marta con un loro Istituto scolastico molto frequentato – ai laici, a tutte le realtà associative, perché è da queste città di provincia che può ripartire la vita più buona di cui tutti abbiamo tanto bisogno. Nella vita occorre sempre guardare alla parte buona, al seme buono, circondando il male da tutte le parti, se vogliamo il bene. Impegniamoci in prima persona, insieme, diamo slancio alla Comunità pastorale e, con le debite distinzioni, nella collaborazione costruiamo vita buona». Come quella dell’Oratorio estivo – proprio ieri tutti gli oratori di Cantù con oltre mille giovani si sono riuniti nella struttura di Vighizzolo –, che insegna l’amore e la gratuità, disegnando la città di domani, perché «il problema educativo è il vero problema della nostra società».

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