La trasmissione della celebrazione fa percepire la vicinanza della comunità cristiana. Ma perché non faciliti l’idea di una partecipazione passiva può essere accompagnata da alcuni piccoli gesti “celebrativi” familiari

di don Pierpaolo CASPANI
Docente presso il Seminario di Milano

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Il 17 marzo 2020 la Segreteria Generale della Cei ha offerto ai sacerdoti alcuni Suggerimenti per la celebrazione dei sacramenti in tempo di emergenza Covid-19. Il testo si apre rilevando la sintonia tra i suggerimenti proposti e la tradizione della Chiesa che, nell’impossibilità di celebrare i sacramenti, si affida al «votum sacramenti, come del resto il “battesimo di desiderio” insegna».

Questo richiamo merita qualche riflessione ulteriore. Mi riferisco a un autore tradizionalmente affidabile, com’è san Tommaso d’Aquino, che parla del votum anzitutto in rapporto al battesimo. In proposito il Dottore Angelico dichiara che «uno può essere senza il battesimo di fatto, ma non di proposito». È il caso, per esempio, di qualcuno che «desidera essere battezzato, ma viene accidentalmente prevenuto dalla morte prima di ricevere il battesimo. Costui senza il battesimo in atto [senza cioè che sia stato compiuto il rito battesimale] può conseguire la salvezza a causa del desiderio del battesimo, il quale nasce dalla “fede che opera mediante la carità” (Gal 5,6), attraverso la quale [fede] Dio santifica interiormente l’uomo». Per chiarire il concetto, Tommaso riprende quanto Sant’Ambrogio aveva affermato nell’orazione funebre per l’imperatore Valentiniano II, morto in circostanze misteriose quando era ancora catecumeno: «Io ho perduto lui che stavo per rigenerare, ma lui non ha perduto la grazia [battesimale] che aveva domandato». Dunque, la mancanza del rito battesimale non comporta perciò stesso l’esclusione dalla grazia del battesimo, che può essere conseguita mediante il desiderio (o votum) del battesimo. Un desiderio che è efficace non a prescindere dal gesto rituale del battesimo, ma proprio perché è rivolto ad esso.

Un discorso analogo San Tommaso lo sviluppa quando afferma che l’effetto della comunione eucaristica (l’unione con Cristo per mezzo della fede e della carità) può essere ottenuto mediante il desiderio / votum della comunione, senza che essa sia ricevuta di fatto. In questo caso, c’è un nutrirsi solo spiritualmente dell’eucaristia che assomiglia al battesimo di desiderio. E anche in questo caso, il desiderio / votum è efficace non a prescindere dal gesto di ricevere la comunione, ma proprio perché è rivolto a quel gesto. Per questo il desiderio di poter finalmente ricevere il pane eucaristico va alimentato.

A tale scopo, l’iniziativa che pare avere più risonanza è la proposta che diocesi, parrocchie e comunità pastorali rivolgono ai fedeli affinché «assistano» attraverso la televisione o via streaming alla celebrazione della messa, presieduta dal vescovo o dal parroco, con un ridottissimo numero di persone presenti. Questa modalità di prendere parte (?) alla celebrazione ha certamente il vantaggio di far percepire, in qualche modo, la vicinanza del proprio vescovo, del proprio parroco e della comunità cristiana; e, per le persone anziane e sole, si tratta probabilmente dell’unico modo per integrare opportunamente la preghiera personale.

A lungo andare, però, queste immagini di vescovi e preti che celebrano l’eucaristia in ambienti pressoché vuoti rischiano di indurre (o di rinfocolare) due visioni distorte: quella secondo cui la messa è in fondo «qualcosa» che compete a vescovi e preti e quella secondo cui la partecipazione alla liturgia può ridursi a un vedere e sentire, certo devoti ma, in fondo, piuttosto passivi. Forse, allora, almeno in qualche caso, l’«assistenza virtuale» alla messa potrebbe essere integrata da qualche altra iniziativa. Immaginiamo una famiglia con papà, mamma e figli, necessariamente chiusi in casa. È domenica mattina. All’ora stabilita, tutti ci ritroviamo in sala da pranzo o in soggiorno. Sul tavolo si mette un crocifisso, un’icona, un’immagine sacra cui siamo affezionati, davanti alla quale accendiamo un cero. Un momento di silenzio per raccoglierci e per creare il necessario stacco rispetto a quello che stavamo facendo prima. Poi, la strofa di un canto, un segno di croce, una preghiera per riconoscerci peccatori e la proclamazione delle letture della messa domenicale (facilmente scaricabili da internet), evidentemente con i necessari adattamenti legati all’età dei figli. Dopo aver ascoltato Dio che ci parla, parliamo noi a Lui con invocazioni spontanee, recitiamo il Padre nostro e (se non ci sono controindicazioni legate al virus) ci scambiamo un segno di pace.

Ecco: non abbiamo semplicemente «letto le letture della messa»; abbiamo celebrato la liturgia della Parola, mettendo in gioco il nostro sacerdozio battesimale e dando attivamente vita a un rito che, nella circostanza concreta, ha tutta la dignità di un gesto davvero ecclesiale. In più, ci siamo accorti che qualcosa manca: non è solo la comunione, ma anche la presentazione dei doni, la preghiera eucaristica, i fratelli e le sorelle che di solito celebrano con noi. E il desiderio (il votum) di potere al più presto tornare a quella forma di celebrazione dove tutto ciò è presente sarà stato degnamente ravvivato.

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