La sofferta decisione dei Vescovi di sospendere le Messe per evitare il diffondersi del contagio nasce da un amore sincero per la Chiesa fatta di volti, di storie, di persone, che il Signore, grazie all’Eucaristia, costituisce come suo corpo

di don Pierpaolo CASPANI
Docente presso il Seminario di Milano

calice e croce

Problemi a proposito della celebrazione dell’eucaristia ce ne sono sempre stati. Ne sa qualcosa San Paolo che, nella prima lettera ai cristiani di Corinto, li rimprovera per il modo in cui «mangiano la cena del Signore», per il modo cioè in cui celebrano la messa. E dichiara che ogni comportamento indegno nei confronti del pane e del calice di quella cena rappresenta un reato contro il corpo e il sangue del Signore (1Cor 11,27). Non solo: il comportamento indegno nei confronti della cena del Signore (della messa) è la causa delle malattie e delle morti che colpiscono la Chiesa di Corinto (1Cor 11,30). «Ecco – dice qualcuno – già allora, come anche oggi con il Coronavirus, arriva il momento in cui Dio castiga chi si comporta in modo indegno, soprattutto nei confronti di una realtà così importante come l’eucaristia».

In realtà, il testo di Paolo, letto come si deve, non ci autorizza a pensare che l’Apostolo vedesse nelle malattie e nelle morti dei cristiani di Corinto una punizione inflitta da Dio. Lo si capisce se mettiamo a fuoco bene in cosa consisteva il comportamento indegno dei corinti nei confronti dell’eucaristia: consisteva nel mangiare e bere il pane e il vino dell’eucaristia «senza riconoscere il corpo del Signore».

Che non significava ricevere la comunione senza credere alla presenza reale del Signore nel pane dell’eucaristia (cosa che nessuno si sarebbe sognato di mettere in dubbio!). Significava invece partecipare alla celebrazione e comunicarsi senza riconoscere che questo gesto ci unisce ai nostri fratelli, facendoci diventare con essi un solo corpo: il corpo di Cristo che è la Chiesa. Questo era il comportamento di non pochi cristiani di Corinto: partecipavano alla cena del Signore senza curarsi dei fratelli più poveri e fragili, i quali – trascurati – si ammalavano e in qualche caso morivano. È questo il «non riconoscere il corpo del Signore» di cui parla San Paolo: non riconoscere il suo corpo ecclesiale, che è il frutto dell’eucaristia o, come dice la teologia classica, è la realtà dell’eucaristia.

È la sollecitudine per questa realtà dell’eucaristia che spinge oggi i pastori delle Chiese italiane alla sofferta decisione di sospendere la celebrazione eucaristica, per evitare il diffondersi del contagio legato al Coronavirus. Una decisione che nasce dalla consapevolezza che, in questa situazione, il modo migliore per pascere il gregge loro affidato è quello di evitare comportamenti che espongano soprattutto i più fragili al rischio di andare incontro alla malattia e forse anche alla morte. Una decisione che tiene conto degli sforzi, al limite dell’eroismo, che medici e infermieri stanno mettendo in campo per assistere i malati, rischiando essi stessi la vita.

Qualcuno ha attribuito la scelta di sospendere le messe in questo tempo drammatico all’ateismo pratico di pastori, che vedrebbero le realtà più sacre della fede cristiana (l’ostia consacrata, anzitutto) solo come immagini, segni, vuoti simboli… Questa scelta drammatica nasce invece da un amore sincero per la realtà dell’eucaristia: la Chiesa fatta di volti, di storie, di persone concrete, che il Signore, grazie all’eucaristia, costituisce come suo corpo.

Questo stesso amore mi è invece difficile vederlo in chi – mentre sconsideratamente invoca una più frequente e intensa celebrazione di messe – non si sottrae alla tentazione di approfittare di una situazione così grave per gettare ancora una volta fango su quei pastori della Chiesa in comunione coi quali ogni messa viene celebrata.

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