La Casa della carità festeggia 16 anni di attività accanto agli ultimi, uomini, donne stranieri, senza fissa dimora. Mercoledì alle 18 il Presidente della Fondazione dialoga con l’Arcivescovo e il sindaco Sala

di Luisa BOVE

Colmegna
Don Virginio Colmegna

La Casa della carità compie 16 anni e per l’occasione organizza un ciclo di eventi aperti alla città. Si parte mercoledì 21 novembre, alle 18, con un dialogo tra il presidente della Fondazione don Virginio Colmegna, l’arcivescovo Mario Delpini e il sindaco di Milano Giuseppe Sala, dal titolo «La carità al tempo delle paure».

Don Colmegna, perché questo tema? Il clima che si respira oggi non è più quello delle origini?
La situazione è molto più complessa, articolata e difficile, le paure accompagnano molto il vivere di oggi e a volte sono strumentalizzate. Invece considerarle seriamente vuol dire rendersi conto anche della complessità e affrontare le situazioni con coraggio e profezia, perché le paure non si scacciano, ma si attraversano. Come Casa della carità – ma non solo noi – vogliamo lanciare un messaggio di speranza. In questo periodo di crisi non vorremmo diventare lamentosi su quello che non va, ma recuperare l’urgenza della carità. È questa la riflessione che faremo, interpellando l’Arcivescovo, che recentemente ha rivolto alla Caritas ambrosiana parole molto impegnative, e il Sindaco, perché quando il cardinale Martini volle la Casa della carità disse che sarebbe stato un segno, anche per un’amicizia civica. Il nostro sguardo quindi è rivolto alla città, alle situazioni di povertà, sofferenza e solitudine, ed è da qui che si deve partire per costruire una società e una comunità locale dove i legami di solidarietà siano forti.

L’attuale Governo, che ha chiuso i porti per non accogliere i migranti, ora vuole ridurre le risorse necessarie per assistere le persone e avviare percorsi di inclusione. Cosa si può fare a Milano?
Occorre spiegare pazientemente a tutti, giovani e anziani, le motivazioni più profonde dell’ospitalità, dell’inclusione sociale, perché, se si alzano muri, aumentano le irregolarità. Dobbiamo far capire che questo “decreto-sicurezza” va in una linea diversa da quella che dovrebbe essere avvertita da tutti, quindi favorendo l’accoglienza legata all’inserimento, all’apprendimento, alla formazione professionale, per non lasciare le persone allo sbando. Quindi con la calma e l’ostinazione sapiente della carità diciamo che non si tratta di accogliere tutti o di non accogliere nessuno, ma di governare il problema.

Si tratta di diffondere nella società civile la cultura della fraternità, dell’uguaglianza, del rispetto, della giustizia…
Appunto. Va diffusa con grande coraggio e sempre di più in questa fase, per evitare di diventare soltanto persone che si lamentano. Papa Francesco continua a sottolineare questo in modo insistente, non per una preoccupazione di carattere sociologica, ma per un’impostazione che ha a che fare col Vangelo. Casa della carità è chiamata a compiere questo, affinché si recuperi fiducia nella Costituzione, perché la dignità delle persone non è un regalo, ma un diritto.

Il 9 ottobre scorso ha ricevuto a Bruxelles il premio “Cittadino europeo 2018”. Che cosa ha significato per lei e per la Fondazione?
L’importanza di insistere su alcuni valori con tutti gli operatori e i volontari, perché non si tratta di fare assistenzialismo, ma di agire sulla cultura. E questo vale per ogni esperienza di carità. Con più di 50 realtà sparse in tutto il Paese ci incontriamo periodicamente per riflettere insieme, stimolati anche da papa Francesco che dice: «La Chiesa non è una ong».

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