Il profilo di don Raffaello tracciato dal presidente dell’associazione milanese, di cui il sacerdote era delegato arcivescovile dal 1995: incarico svolto con passione umana e spirituale, innervando l’amore per la Parola nel concreto dell’esperienza quotidiana

di Paolo PETRACCA
Presidente delle Acli Milanesi

Don Raffaello Ciccone

Don Raffaello ci ha lasciato. La notizia è giunta, triste, ma non inattesa. L’avevamo incontrato tutti insieme, l’ultima volta, presso la sede delle Acli Milanesi lo scorso mercoledì santo: pur in condizioni fisiche già compromesse, non aveva voluto mancare la celebrazione della Messa nell’imminenza della Pasqua. Ed è stata anche la sua Pasqua: al termine si è congedato annunciando che, dopo vent’anni di servizio nelle Acli, riteneva il suo impegno ormai concluso. Nulla faceva supporre un’evoluzione così rapida della malattia, e invece così è stato; pochi giorni dopo il ricovero per accertamenti all’Ospedale San Raffaele, quindi il declino sempre più rapido.

Congedandosi da noi, don Raffaello ha richiamato i vent’anni trascorsi con le Acli, cui vanni aggiunti quelli ancora più numerosi all’Ufficio di Pastorale sociale e del lavoro della Diocesi ambrosiana: una testimonianza importante, che vogliamo conservare anche per il futuro.

Anzitutto gli stava a cuore la Parola di Dio: è infatti attraverso la Parola che il Signore ci parla ogni giorno. Era nota la sua insistenza sui commenti dei testi biblici della liturgia domenicale, che con fedeltà curava e pubblicava ogni settimana sul portale delle Acli esortandoci a farne tesoro, per noi stessi, per i Circoli e per le parrocchie. La Scrittura – nonostante gli oltre vent’anni di magistero episcopale a Milano del cardinale Martini, altro grande cultore della Parola – è ancora troppo poco frequentata dai fedeli. Occorre averne maggiore confidenza, lasciare che essa illumini e orienti la nostra vita. Per questo don Raffaello vi tornava di continuo, sfruttando le varie occasioni che gli si presentavano.

Gli stava a cuore una fede calata nell’esistenza di tutti i giorni, in uno stile di vita laicale incarnato nel quotidiano. Contro ogni rischio di spiritualismo, don Raffaello insisteva perché il Vangelo sapesse innervare l’esperienza concreta delle persone, dei gruppi e delle comunità, con particolare riferimento al mondo sociale e del lavoro.

È qui che trovava origine la sua passione per le Acli, dove la vocazione cristiana si intreccia con un’attenzione irrinunciabile alla vita ordinaria a partire dalle sue esigenze fondamentali: famiglia, casa, lavoro. Lo ha ribadito alcuni mesi fa papa Francesco incontrando i movimenti a finalità sociale: i grandi diritti e le grandi domande della persona umana incrociano anzitutto il lavoro, la terra e la casa. Don Raffaello ha ripreso più volte questo intervento papale: quando mancano il lavoro e la casa (nonché la terra, anche se nelle grandi città tale riferimento appare meno diretto) la persona non può vivere in pienezza la propria dignità. Un lavoro giusto, dove ciascuno possa mettere a frutto le proprie capacità e al contempo far fronte alle esigenze economiche proprie e della propria famiglia; una casa quale spazio in cui vivere i propri affetti, educare i figli e gustare la vicinanza dei propri cari.

Don Raffaello sentiva e partecipava al dramma di tanti, giovani e meno giovani, toccati dalla disoccupazione; svariate le vicende di aziende in difficoltà alle quali ha dato il proprio apporto di consiglio e di esperienza, non di rado con risultati positivi.

Per molti quello della casa rimane un miraggio, causa i prezzi lievitati nel corso degli anni e la crescente precarietà lavorativa, e anche in questa direzione andava spesso il richiamo di don Raffaello: le nostre organizzazioni e le nostre cooperative, insieme alle strutture pubbliche, devono contribuire a dare risposta alle domande abitative che non riescono a trovare spazio nel libero gioco delle regole del mercato.

I Circoli Acli, il loro rinnovamento, i giovani: anche questa era una costante attenzione di don Raffaello. Le Acli non sono solo una rete di servizi, sono anzitutto un tessuto vitale che si innerva sui terrori, spesso in un dialogo fecondo con le parrocchie: «Le Acli sono uno strumento fondamentale affinché i preti e le comunità parrocchiali possano conoscere meglio le problematiche legate al mondo del lavoro», ripeteva spesso. Abbiamo il preciso impegno di continuare su questa via, senz’altro sperimentando nuove modalità aggregative senza però dimenticare il senso e la natura della nostra missione.

Ma in definitiva ciò che più stava a cuore a don Raffaello eravamo noi, ossia le tante persone che ha incontrato nel suo cammino di uomo e di prete. Sapeva voler bene, con attenzione e insieme con discrezione. Aveva il modo e il tono giusto di interessarsi a noi, di aiutare quando era il momento opportuno senza sottrarre a ciascuno l’incombenza delle sue responsabilità. Possiamo dire che la sua famiglia – oltre ovviamente ai parenti più stretti – erano la Chiesa e le Acli: a tale famiglia ha dato tutto ciò che poteva. E continuerà a farlo, ne siamo certi: dal Cielo, nella fede e nella comunione dei santi, rimarrà per sempre vicino a tutti noi.

Grazie di tutto e di cuore, don Raffaello.

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