Dedicata alla vocazione sacerdotale, da vivere «in un contesto di comunione, di sequela obbediente e guidata», l’omelia dell’Arcivescovo nella messa in Seminario per l’inizio dell’anno

di Annamaria BRACCINI

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Il Seminario come contesto di comunione, di una sequela obbediente e guidata. Sono queste le parole che il cardinale Scola usa come un “filo rosso” che tesse e attraversa la sua intera omelia, rivolta ai seminaristi riuniti nella Basilica di Venegono, dove l’Arcivescovo presiede la tradizionale celebrazione votiva dello Spirito Santo per l’inizio dell’anno seminaristico, dopo aver incontrato nel pomeriggio i ragazzi del Quadriennio teologico, i docenti e gli educatori.

Tra i portici illuminati, ma sotto un cielo scuro di pioggia, autunnale e lombardo, con il freddo fattosi improvvisamente pungente, si respira invece il caloroso “esserci” di una comunità viva, come noterà poco dopo l’Arcivescovo: si prega, si dice il Breviario, alcuni parlano tra loro della ripresa degli studi, altri apprestano, un poco in ansia, i paramenti per la Celebrazione… D’altra parte c’è il Cardinale e oltre trenta concelebranti, tra cui il rettore monsignor Maffi che, all’inizio della Messa, dice: «Siamo felici, Eminenza, della sua presenza e per la riflessione molto intensa che ci ha proposto. Celebriamo insieme questa Eucaristia per ringraziare della chiamata del Signore e per i doni che ci offre ogni giorno. Preghiamo perché la nostra sia una testimonianza reciproca di unione reale e docile».

A partire dalla pagina evangelica del giorno – Matteo 19, in cui si parla della verginità consacrata – l’Arcivescovo sottolinea subito: «Il Signore non parte da una valutazione negativa del matrimonio, ma si fonda sul particolare valore del celibato ecclesiastico e su chi è capace di comprendere. A voi, è stato concesso di capire». Capire, insomma, cosa significhi questa scelta fedele e per sempre, come spiegava Giovanni Paolo II: «La continenza per il Regno dei cieli porta soprattutto l’impronta della somiglianza a Cristo che, nella sua opera di redenzione, ha fatto egli stesso questa scelta. Quindi, dobbiamo anche noi collocarci nella prospettiva di appartenere a una comunità obbediente di sequela, come è il Seminario, perché l’imitazione di Gesù sine glossa, che ci viene domandata nella Chiesa latina col celibato, possa spalancare la nostra libertà a 360 gradi».

Una decisione, dunque, che non “chiude”, come spesso oggi il mondo è tentato di pensare, perché «permette di sperimentare quel possesso nel distacco che fu proprio di Gesù, con un’immedesimazione che consente di affrontare l’esistenza in tutte le sue prove», sorretti dalla speranza «legata all’esperienza dell’amore effettivo e oggettivo che i cristiani toccano con mano nella verginità del celibato e nella indissolubilità del matrimonio». Un celibato di consacrazione che, come fu per Maria, viene dallo Spirito santo, che è «pienezza dell’umano, nuova fecondità diversa dalla fecondità della carne». Da qui, l’auspicio: «Carissimi seminaristi, a tutto questo ci si educa. Chiediamo la Grazia di un’immedesimazione con il Signore Gesù che accenda il nostro cuore di ardore, che ci faccia assumere il celibato con consapevolezza positiva, che ci renda capaci di sostenere i cristiani nella prospettiva del matrimonio che fonda una famiglia aperta alla vita, capace di fedeltà e di indissolubilità».

Alla fine dell’Eucaristia, il Cardinale torna al significato della vocazione sacerdotale da vivere «in un contesto di comunione, di sequela obbediente e guidata», come è la comunità del Seminario, cui augura la forza di farsi testimone della bellezza, della verità, della bontà che la fede ci offre, trasmettendola con semplicità a tutti. «Stiamo uniti nella preghiera quotidiana, affinché il Signore ci faccia crescere e renda attrattiva questa vocazione per tanti giovani che l’hanno nel cuore come indizio e che, forse anche per la mancanza di entusiasmo da parte nostra, non riescono a trasformarla in un’adesione convinta al punto da saper iniziare la verifica seminaristica».

Quella vocazione che nasce a poco a poco «non in un momento preciso, ma che cresce incontrando i volti di tante e diverse persone, ascoltando quello su cui venivo provocato dal Vangelo anche nelle piccole cose quotidiane», come racconta Luca Folino, da poche settimane in Seminario, dove frequenta il Corso di Propedeutica. Un poco più che ventenne a cui fa eco un coetaneo, Luca Vicini, in Prima Teologia: «Nell’entrare in Seminario, come si dice, un po’ di paura c’e stata, ma poi l’essere tutti fratelli, appunto alla sequela del Signore, rende immediatamente bella e unica questa esperienza. Il Seminario è un luogo davvero privilegiato per ragionare e confrontarci in maniera libera. È molto bello iniziare questo cammino e posso dire, anche a nome di tutti i miei compagni, che ci siamo sentiti davvero accolti e aiutati a crescere».

Un nuovo cammino iniziato col piede giusto

Il Seminario sta vivendo mesi di grande restauro e riadattamento per l’accoglienza, da quest’anno, degli alunni e dei docenti del Biennio teologico. Il rettore, monsignor Peppino Maffi, esprime a pieno la sua soddisfazione: «I lavori di ristrutturazione del nostro Seminario sono a buon punto, tanto che il piano terreno dell’edificio è già abitato dai ragazzi del Biennio teologico e dai seminaristi del corso propedeutico. Quindi, molte attività sono svolte nello spazio che dall’anno prossimo li accoglierà pienamente. Vorrei sottolineare come la convivenza dei due ambiti – il Biennio che fino all’anno scorso aveva sede a Seveso e il Quadriennio – sia molto buona».

I due contesti, seppure entrambi ora a Venegono, rimangono tuttavia separati?
Abbiamo voluto mantenere due percorsi diversi perché crediamo che siano differenti gli approcci e gli approfondimenti formativi dei seminaristi. Infatti, Nel Biennio si aiuta in particolare il giovane a entrare nella prospettiva dell’essere presbitero, mentre nel successivo Quadriennio – dalla terza alla sesta teologia – li abituiamo a divenire pastori delle e nelle comunità. Ci sono, perciò, scelte diverse anche se in un impianto educativo univoco che rimane, per così dire, studiato insieme.

Quanti sono i seminaristi che complessivamente vivono adesso a Venegono?
I seminaristi sono 154, 150 diocesani e quattro che provengono da altre diocesi inviati qui per il cammino di preparazione al sacerdozio dai loro Vescovi. I nuovi entrati, da nemmeno un mese, sono ventisei, alcuni frequentano il Corso propedeutico, altri sono entrati in Prima Teologia. Il prorettore, don Luigi Panighetti che li accompagna, nota che tutti hanno grande entusiasmo e il desiderio di immergersi nella realtà che il Seminario rappresenta. I diaconi che diverranno preti nel giugno prossimo sono, invece, 25 e sono già nelle parrocchie che li accoglieranno normalmente quest’anno e nel prossimo quinquennio, secondo il nuovo progetto che la Diocesi si è data. Sono personalmente molto soddisfatto del cammino fin qui percorso e di ciò che, con l’inizio di questo nuovo anno seminaristico, sono convinto, faremo.

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