Redazione

Il parroco della chiesa parigina di Saint-Augustin, dove il 30 ottobre 1836 avvenne la conversione di Charles de Foucauld ci racconta la vita di questo suo illustre parrocchiano e le motivazioni che l’hanno spinto a condividere la vita con i più poveri nel deserto algerino.

di Richard Escudier
Parroco di Saint-Augustin, Parigi

Charles de Foucauld nacque a Strasburgo il 15 settembre 1858. I suoi genitori, il visconte Edouard de Foucauld de Montbriand ed Elisabeth de Morlet, morirono sei anni dopo la sua nascita. Abbandonata la fede della sua infanzia, Charles condusse una giovinezza non precisamente esemplare. Uscì dalla Scuola di cavalleria come ultimo del suo corso, accompagnato da questo giudizio: «È ben educato, ma privo di giudizio, pensa solo a divertirsi».

Ufficiale nel IV Reggimento Ussari, intrattenne una relazione con una donna, Mimì, che portò con sé in Algeria e a causa della quale dovette lasciare l’esercito per indisciplina (marzo 1881). Nel maggio dello stesso anno venne reintegrato per andare a combattere in Africa, a sud di Orano. Nel 1882 lasciò definitivamente l’esercito e iniziò una ricognizione in Marocco, da cui ricavò un volume premiato dalla Società di Geografia.

Ritornato a Parigi, viveva nella zona di pertinenza della parrocchia di Saint-Augustin, dov’era vicario l’abbé Huvelin. In questa chiesa e grazie a quel dotto e pio sacerdote avvenne la sua conversione, sotto il segno del sacramento della misericordia e dell’eucaristia.

Il soggiorno in Marocco l’aveva segnato. Scrisse: «L’Islam ha prodotto in me un profondo rovesciamento. Questa fede che fa vivere continuamente alla presenza di Dio mi ha fatto intravedere qualche cosa di più vero delle occupazioni mondane: ad maiora nati sumus (siamo nati per cose più grandi)».

Su consiglio dell’abbé Huvelin, de Foucauld intraprese un viaggio in Terra Santa (1888-1889). Scoprì Nazareth e la vita nascosta di Gesù, rimanendone radicalmente segnato nella sua spiritualità. Tra il 1890 e il 1897 visse in tre diversi monasteri trappisti; poi lasciò l’Ordine e ritornò a Nazareth, mettendosi al servizio delle Clarisse. Cercava l’abiezione, la povertà. Una parola dell’abbé Huvelin accompagnò tutta la sua vita: «Nostro Signore ha scelto l’ultimo posto che nessuno ha mai potuto togliergli».

Dopo una lunga esitazione accettò d’esser ordinato prete nel 1901, perché pensava che il miglior modo di imitare Gesù fosse celebrare l’Eucaristia e portarla alle popolazioni abbandonate: «Il mio ideale è quello di imitare la Santa Vergine nel mistero della Visitazione, portando come Lei, in silenzio, Gesù non tanto nella casa di Elisabetta, ma tra i popoli che non hanno la fede, per santificare questi sfortunati figli di Dio con la santa Eucaristia e l’esempio delle virtù cristiane».

Nell’ottobre del 1901 partì per l’Algeria. A Béni-Abbès visse tra le popolazioni materialmente e spiritualmente più povere. Sul muro della cappella, dietro l’altare, disegnò il Sacro Cuore «con le braccia aperte per abbracciare, stringere, chiamare tutti gli uomini e donarsi a tutti». Dal 1905 visse a Tamanrasset, in pieno deserto, dando a quelle popolazioni, più che un insegnamento esplicito, la testimonianza della bontà: «Il mio apostolato dev’essere quello della bontà. Chi mi vede deve poter dire: siccome questo uomo è buono, la sua religione deve essere buona».

Si persuase di dover passare da una concezione dell’evangelizzazione come conversione degli infedeli a una visione più “testimoniale”: essere anzitutto “fratello universale”, sempre ai piedi dell’Eucaristia, fratello fino a riscattare dai loro padroni alcuni schiavi.

Il suo rifiuto di ogni sorta di esteriorità, ritualismo e religiosità convenzionale avrebbe potuto portarlo fuori dalla Chiesa. E invece visse una grande fedeltà alla Chiesa e la Chiesa si è riconosciuta nella vocazione tanto straordinaria di quest’uomo. Nei tre soggiorni in Francia nel 1909, 1911 e 1913, fratel Carlo celebrò a Saint-Augustin, «la mia cara chiesa, che mi è ancor più cara perché è sempre la mia parrocchia e vi ho celebrato quasi ogni giorno la messa».

Le circostanze della morte di fratel Carlo sono legate al conflitto mondiale. Considerata l’ostilità di alcune tribù verso la Francia, fece costruire un fortino nel quale la popolazione avrebbe potuto rifugiarsi in caso di pericolo. Fu aggredito il primo dicembre 1916: guardato a vista da un ragazzo di quindici anni, venne da lui ucciso con un colpo alla fronte per paura delle truppe venute in suo aiuto. Fu provvisoriamente sepolto a Tamanrasset e poi trasferito a El Goléa.

Fratel Carlo portò frutto dopo la sua morte. Dopo il Concilio ci riconosciamo nella sua visione del dialogo tra le culture, nel suo ideale di una Chiesa povera e per i poveri, nella sua ricerca del Gesù concreto dei Vangeli, di uno stile missionario che può essere silenzioso e vissuto nel quotidiano, di un’appassionata dedizione alla contemplazione. Per lui Vangelo, Eucaristia ed Evangelizzazione sono indissolubilmente i tre volti dell’unico mistero di amore comunicato agli uomini.

Da parroco di Saint-Augustin ritengo esemplare l’esperienza vissuta da fratel Carlo nella nostra chiesa. Compiendo il suo percorso in questa parrocchia, fratel Carlo mostrò che la salvezza arriva a ogni uomo attraverso il confessionale e il tabernacolo che sono vicini a ogni parrocchiano. Lì ogni cristiano è invitato quotidianamente a incontrare Cristo.

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