Il profilo del primo direttore dell’Ufficio Nazionale Comunicazioni Sociali della Cei nelle parole di chi l’ha conosciuto e ha collaborato con lui. Monsignor Stucchi: «Aveva la capacità di vedere e contemplare». Antonio Gamba: «Insegnava ad affidarsi a un disegno superiore»

di Annamaria BRACCINI

Francesco Ceriotti

Ha speso 95 anni a servizio di Dio e di quel particolare strumento di evangelizzazione che è la comunicazione. La lunga vita di monsignor Francesco Ceriotti, morto il 5 novembre (era nato a Samarate nel 1921), è stata questo. Vicario parrocchiale a Milano, delegato per la Lombardia dell’Associazione Cattolica Esercenti Cinema (Acec), fino ad arrivare a dirigere, dal 1986 al 1998, l’Ufficio Nazionale Comunicazioni Sociali della Cei e a divenire il primo presidente della Fondazione Comunicazione e Cultura, dando vita alla Fondazione Ente dello Spettacol. Cappellano di Sua Santità, Protonotario Apostolico, monsignor Ceriotti era anzitutto «un uomo mite e di grande profondità spirituale», come scrive nel suo messaggio di cordoglio il cardinale Scola.

Lo ricorda monsignor Luigi Stucchi, per anni direttore del settimanale Il Resegone, vescovo ausiliare che ha presieduto le esequie a Samarate: «Don Francesco veniva a introdurre noi seminaristi alla visione di alcuni film. Quindi, la sua figura era presente già prima della mia ordinazione. Penso ora ai tanti incontri avuti con lui».

Non a caso, lei ha intitolato la sua omelia funebre “Vedere e contemplare”…
La sua è stata una testimonianza semplice, sostanziosa, rispettosa e umile. Sapeva vedere i tempi con gli strumenti della comunicazione, ma custodiva una capacità di sguardo interiore paziente, quasi contemplativo. A me pare che le parole “vedere” e “contemplare” sintetizzino bene la sua capacità di stare dentro lo svolgersi degli avvenimenti, seminando speranza.

Il vostro poi è diventato un dialogo tra giornalisti…
Sì. Abbiamo condiviso una grande passione. Era sempre preciso e puntuale nelle valutazioni, ma comunque capace di ascolto e disponibile, leggendo il volto del Signore nel volto delle persone, soprattutto quelle offese.

Da parte sua Antonio Gamba, tra gli iniziatori del Centro Studi Cinematografici e oggi presidente della Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale, ricorda: «Ho avuto la fortuna di conoscere, nei primi anni Cinquanta, quello che chiamo ancora oggi don Francesco, quando era coadiutore addetto all’oratorio della parrocchia San Giovanni in Laterano, e poi nella stessa funzione a San Pio X. Entrambi eravamo amici di don Gaffuri, che è stato l’antesignano dell’impegno della Chiesa nel mondo del cinema e delle comunicazioni sociali. Così sono stato inserito tra i primi volontari che si occupavano di questi temi. Quando Gaffuri è morto per un incidente stradale a soli 38 anni, nel 1958, l’allora arcivescovo di Milano Montini incaricò proprio don Francesco di esserne l’erede. Io l’ho seguito, poi, per tutto il tempo successivo».

Cosa le rimane dell’insegnamento del sacerdote Ceriotti?
Non ha mai smesso di ricordare a noi suoi “ragazzi” – come ci chiamava – la vera ragione che deve impegnare nel volontariato: la testimonianza della Chiesa. Adesso che siamo tutti più che settantenni – ci ha seguito finché ha potuto, un anno e mezzo fa – ha sempre voluto trovare occasioni nelle quali si ritornava ai “fondamentali”. Forse il ricordo più bello è proprio l’insegnamento ad affidarsi a un disegno superiore che esiste per ciascuno di noi. A qualunque livello si sia, per qualunque quantità di talenti possiamo aver avuto, occorre affidarsi a Chi ci ha creato».

 

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