Durante la pandemia diversi preti sono tornati alla professione di gioventù. Don Fossati, radioamatore, svolge servizio al centralino emergenza, come un ambito in cui praticare misericordia spirituale. Anche il suo sostegno è garantito dal sistema del Sovvenire

di Massimo PAVANELLO

Don Luca Fossati
Don Luca Fossati

Nella primaverile ondata di pandemia, dietro la mascherina di un sanitario poteva nascondersi lo sguardo di un sacerdote. Diversi preti, anche milanesi, sono tornati per qualche mese a esercitare professioni che avevano caratterizzato la loro vita prima del seminario.

Ma pure la curva epidemica autunnale, al riguardo, presenta sorprese. Le voci hanno preso il posto dei volti. Chi telefonasse, per esempio, al numero 800894545 (quello della Centrale operativa regionale emergenza coronavirus di Areu della Lombardia), potrebbe imbattersi in un centralinista sui generis: don Luca Fossati. Classe 1981, sacerdote ambrosiano dal 2009, laureato in Scienze della comunicazione, radioamatore da un decennio. Divide il suo tempo tra la parrocchia di Santa Teresa del Bambin Gesù, a Milano, dove è vicario parrocchiale, e l’Ufficio comunicazioni sociali della Curia, dove è collaboratore. Anche il suo sostegno è garantito dal sistema del Sovvenire.

Don Luca, come è finito a fare il volontario in questa struttura?
Sono radioamatore, iscritto all’associazione di categoria, che è inserita nella Protezione civile. La Regione ha chiesto aiuto ai diversi rami del Dipartimento e quindi, con altri, ho risposto all’appello. Sono in sala operativa da circa un mese, da quando è ripreso il picco della pandemia. Questo numero di emergenza, insieme al 112, rappresenta certamente una prima linea.

I turni di lavoro sono serrati? Come è organizzato il centralino?
Normalmente lavoriamo 7 ore di fila. Ciascuno risponde a circa 130 telefonate per turno. In sala operativa siamo una trentina per volta. Il centralino è aperto dalle 8 alle 22. Il team è costituito da volontari, personale di Areu e altri dipendenti. Scelgo i turni settimanali, dopo aver concordato la mia agenda con la parrocchia e con l’Ufficio di Curia.

Ne sentirà di tutti i colori… Quali le maggiori richieste?
Il taglio è informativo. Fino a qualche settimana fa si prendevano le segnalazioni di chi aveva bisogno di pasti o di medicine a domicilio, poiché bloccati in casa. Ora prevalgono le domande circa i tamponi. Chi chiama, spesso, segnala ipotesi di positività. Non sa cosa deve fare e come comportarsi. Oppure ha appreso di essere entrato in contatto con un soggetto positivo. Noi siamo di raccordo con l’Ats per indirizzare correttamente.

Ma è un lavoro da preti?
È un grande impegno di ascolto e di pazienza. Un obiettivo è calmare le ansie. Io lo vivo come un ambito in cui praticare diverse opere di misericordia spirituale: consigliare i dubbiosi, insegnare a chi non sa, consolare gli afflitti, sopportare pazientemente le persone moleste, pregare Dio per i vivi e per i morti. Le domande che raccolgo nutrono anche la mia preghiera.

I suoi colleghi sanno chi è lei? Cosa dicono della sua scelta?
Chiaramente lo sanno tutti. E si è creata anche una bella complicità. Ci scappa pure qualche battuta scherzosa. Quando taluni chiamano per informarsi circa la possibilità di partecipare a funerali, Cresime o Messe, ecco il ritornello: «Questa è materia tua…». È una occasione per essere accanto agli operatori e alle persone. Qualche domanda impegnativa, ogni tanto, sorge. In questi anni di presenza nella associazione radioamatori (per il momento, non direttamente in centrale operativa) ho accompagnato qualcuno nella preparazione al matrimonio, ho battezzato i loro figli, ho partecipato al funerale di qualche loro caro, ho confessato… Il rapporto è pertanto di amicizia e collaborazione, ma, quando serve, sa toccare anche il lato spirituale.

Nella sua parrocchia di Santa Teresa apprezzano questo impegno?
La gente sa quello che faccio. Anche perché mi vede uscire di casa con la divisa. È contenta e mi sta vicino: «Don, oggi come è andata?». Sono un po’ tutti partecipi di questa cosa. Mi chiedono soprattutto informazioni. Riconoscono che in una sala operativa si ha il polso della situazione. Ci si accorge subito quando c’è il giro di boa: dal numero delle chiamate, dalla tipologia e dalla gravità degli interventi richiesti. Anche i miei superiori ecclesiastici sono avvertiti. E appoggiano questa mia disponibilità.

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