Il responsabile della Cp Ss Trinità di Monza evidenzia i frutti raccolti nella collaborazione tra le scuole parrocchiali e nella pastorale degli adulti («ogni anno si fa un passo avanti»). Riconosce il freno delle abitudini, sia tra i preti, sia tra i fedeli, ma sottolinea: «Bisogna superare il “si è sempre fatto così”»

di Claudio URBANO

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Monsignor Francesco Carnevali

C’è l’aspetto pratico, l’intenzione di unire le forze nelle diverse attività pastorali, alleggerendo così le parrocchie dal peso della routine e liberando le energie per dedicarsi maggiormente alla testimonianza del Vangelo. Ma c’è soprattutto l’intuizione di poter vivere la fede in una forma più piena e più completa, grazie alla prospettiva d’insieme in cui si muovono le parrocchie.

È questo il senso della Comunità pastorale sintetizzato da monsignor Francesco Carnevali, Responsabile della Cp Santissima Trinità di Monza, che raccoglie le parrocchie di San Carlo, del Sacro Cuore e di San Giuseppe, per un totale di circa 25 mila abitanti. «Tutte molto vivaci, con iniziative, strutture, laici che si impegnano», sottolinea Carnevali, arrivato qui nel 2015 dopo aver avviato una Comunità pastorale a Gallarate. Come previsto dalle linee-guida diocesane, le parrocchie procedono ora con una sola testa, il Consiglio pastorale unitario che si riunisce una volta al mese, mentre la diaconia, composta da cinque preti, un diacono permanente e due ausiliarie diocesane, si incontra ogni settimana. «Cerchiamo di ragionare come comunità e non come singole parrocchie – spiega – Ogni anno si fa un passo in avanti; anche se a volte bisogna tenere conto che ciascuno è abituato alle proprie tradizioni».

I passi, però, sono concreti. A partire dalla collaborazione tra le tre scuole d’infanzia parrocchiali, che ora lavorano e si propongono in modo unitario ai genitori. Poi nella pastorale ordinaria. Se l’iniziazione cristiana resta nelle singole comunità, i percorsi di preadolescenti, adolescenti e giovani sono condivisi, così come quello delle catechiste. Monsignor Carnevali evidenzia che la Comunità pastorale ha permesso di camminare insieme soprattutto nella pastorale degli adulti. È qui infatti che entrano in gioco la ricchezza di sfaccettature con cui si può vivere la fede, così come, – più prosaicamente – l’aspetto dei numeri di chi partecipa: «Ci si può unire, abbiamo avviato molti percorsi cercando di camminare insieme», osserva Carnevali, ricordando la nascita dei gruppi familiari, dei gruppi di ascolto e di un corso biblico. Ma ci si può avvicinare al Vangelo anche attraverso un percorso che di arte e fede che, se prima era prerogativa di una sola parrocchia, ora può diventare ricchezza per tutti. «La formazione degli adulti è diventata variegata, con tante opportunità che danno a tutti la possibilità di fare un cammino», commenta con soddisfazione.

Tra le fatiche don Carnevali riconosce quella «di noi preti, che dobbiamo imparare a sentirci responsabili della vita dell’intera comunità e non solo di una parte. Io come gli altri cerchiamo di girare tra tutte le chiese per celebrare l’Eucarestia, sia durante la settimana, sia alla domenica, proprio per dare l’idea della Comunità». Del resto il freno è quello dell’abitudine, perché per chi tra i parrocchiani è abituato a identificarsi con una singola comunità non è sempre facile percepire che un’iniziativa si può fare insieme, ma, magari, nella parrocchia vicina. Spesso a dover essere smussate sono quelle consuetudini che, di fatto, caratterizzano la vita delle comunità: «L’organizzazione della festa dell’oratorio, oppure alcuni momenti di preghiera rimasti un momento per pochi», esemplifica Carnevali, che sottolinea: «Per alcuni l’impressione è che venga tolto qualcosa; come dice papa Francesco, bisogna però superare il “si è sempre fatto così”, e si possono sperimentare cammini diversi e più consoni alle esperienze del nostro tempo».

Ora, per esempio, la Comunità pastorale monzese si sta impegnando per creare una rete di referenti di caseggiato, così da favorire il collegamento tra le parrocchie e le singole famiglie. Un esempio di quella corresponsabilità laicale che la forma delle Comunità pastorali vuole favorire.

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