Il Vicario episcopale: «La rappresentazione della Natività presenta in modo semplice a chiunque il senso profondo della rivelazione cristiana e la incarna nel quotidiano»

di Francesca LOZITO

presepe

Il presepe è una forma di annuncio. Che parla a tutti. Monsignor Luca Bressan, vicario episcopale della Diocesi per la cultura, la carità e l’azione sociale, ricorda il valore della rappresentazione sacra. E ne analizza senso e significato nell’oggi. «Vorrei richiamare l’origine del presepe. Rifarlo oggi vuol dire oggi riprendere l’intuizione di San Francesco: dare forma concreta e visibile al mistero dell’incarnazione. Le fonti francescane raccontano che nella prima raffigurazione di San Francesco il presepe era sotto l’altare e non c’era la statua del Bambino, perché era l’Eucaristia a raccontare la presenza. L’intuizione era profondamente teologica: dare il più possibile una forma quotidiana al mistero dell’Incarnazione. Questo è il principio che, secondo me, rende il presepe molto vivente ancora oggi. Perché si vede la presenza di un Dio che entra nel quotidiano». Anche nelle forme più atipiche e colorite del presepe. «Le famose statue di personaggi politici o di calciatori, tipiche della tradizione napoletana – dice ancora Bressan – paradossalmente continuano a ribadire l’intuizione valida di Francesco: l’incarnazione del quotidiano».

La chiave di lettura del presepe, dunque, è mostrare nel concreto qualcosa che può apparire come astratto soprattutto a chi non crede: «In un’epoca di trasformazione culturale e pluralismo religioso come la nostra, il presepe diventa una forma di annuncio: permette di presentare in modo semplice a chiunque il senso profondo della rivelazione cristiana».

La rappresentazione della Natività non urta la sensibilità di chi non crede o di chi crede in altre religioni, perché «non esprime giudizi su chi lo guarda, ma è un invito a entrare nel mistero, ha tutto il fascino delle narrazioni. Invita con semplicità: “Entra nel mio racconto…”, e permette allo spettatore di diventare protagonista e di immedesimarsi con un personaggio».

Negli ultimi anni, poi, l’allestimento del presepe ha ripreso nuovo vigore «in un modo però più ricercato: magari non tutti lo fanno in casa, ma tutti lo vogliono vedere. Così si spiegano le mostre che vengono allestite in diverse località. Tante sono le tradizioni, le rappresentazioni, il mondo spettacolare in cui viviamo ha moltiplicato i presepi viventi. E una forma linguistica che si lascia contaminare».

Quello del presepe è anche un racconto semplice, «che conserva il suo canone, ha una capacità di racconto che va al fondamento: nascita, legami parentali, mondo, pace, con un fascino del richiamo dell’antico». Il presepe, prosegue Bressan, «contiene le forme tipiche dei legami fondamentali del mondo come ci piacerebbe che fosse: non c’è l’industria, ma l’artigiano, il lavoro non ha nulla di alienante. La natura non ha nulla di tragico, e poi c’è la saggezza che arriva attraverso i Magi…».

Un racconto, infine, che pone delle domande: «Narra di personaggi “particolari”, come i sapienti. Chi non conosce il Vangelo si chiede che cosa ci fanno, loro come i pastori, in adorazione davanti al bambinello. È dunque importante dare dei codici “interpretativi” del presepe».

 

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