Il direttore di “Vita”: la Lettera è un invito a guardare il mondo come a una realtà “buona”, perché proprio nella realtà di ogni giorno Dio si manifesta in modo sorprendente

di Riccardo BONACINA
Direttore di “Vita”

Riccardo Bonacina

È insieme una condanna e un vizio, quello di noi giornalisti, di dover scrivere reagendo in tempi rapidissimi alle notizie e commentandole di persona o cercando opinioni telefoniche su prese di posizione o documenti, citando un titolo o due frasi. «È il giornalismo, bellezza», risponderebbero i più cinici tra noi. E lo direbbero anche al cardinale Angelo Scola, la cui Lettera pastorale è stata commentata essenzialmente sul titolo Il campo è il mondo e sul passaggio, ormai notissimo, in cui si dice che «anche tra i cristiani ambrosiani esiste il rischio di un “ateismo anonimo”, cioè di vivere di fatto come se Dio non ci fosse». Passaggio che sta proprio all’inizio della Lettera e perciò comodo per posizione e suggestione per noi giornalisti.

Fatto sta che la ricezione della Lettera pastorale attraverso i media è stata quella di un documento di un Cardinale severo che si rivolge con l’indice alzato al suo popolo e che energicamente suona la sveglia perché c’è il campo del mondo intero da conquistare. Non è proprio così: al contrario la Lettera pastorale ha un passo mite e paziente, tra le parole più ricorrenti ci sono, «commozione», «amore», «relazione», «libertà», «incontro», «testimone», «spirito». È questo il vocabolario della Lettera ed è questo anche il suo passo.

Un invito, a me è parso, a guardare il mondo come “campo” di Dio e quindi a guardarlo come a una realtà “buona” perché è proprio lì, nella realtà di ogni giorno, che Dio si manifesta in modo sempre sorprendente e quando meno ce l’aspettiamo. È l’invito a non lamentarsi e a non attardarsi «sui sentirei della condanna, del lamento e del risentimento», perché il nostro tempo è bene-detto perché il tempo è «del Signore del campo», sempre e anche oggi. E poi perché è il nostro – nel senso più intimo – tempo e di lui la nostra libertà, che fa del nostro desiderio azione, ha bisogno. Il tempo è il luogo della pazienza, la stessa che in Gesù diventava commozione per l’uomo che incontrava sul suo cammino, per l’uomo bisognoso che gli si faceva incontro.

Ecco, un altro tema della lettera, il tempo e lo spazio sono necessari alla relazione vivente e personale che fa della nostra esistenza una vita piena. Per questo l’invito ai cristiani non è quello di una «conquista di spazio e di tempo», ma quello di «promuovere una cultura dell’incontro» (citando Papa Francesco), perché non c’è niente e nessuno, nel campo di Dio, «che possa o debba essere estraneo». Perciò, è un invito a uscire da se stessi e dai propri loculi e piccole comodità fossero anche comodità buone, associative, filantropiche, cattoliche, per mollare gli ormeggi e vivere pienamente proponendo, «in ogni momento e a chiunque», l’incontro e una relazione di fraternità.

Quello di Scola è un invito a fare il tragitto dalla «convenzione alla convinzione», dalla convenzione anche cristiana alla convinzione che il testimone cristiano non può chiudersi nelle forme e nei suoi recinti e «non può chiamarsi fuori dalla vita (intera), né prendere le distanze dai suoi fratelli». La testimonianza, scrive il Cardinale, «stabilisce legami e crea luoghi di convivenza, perché il testimone, se autentico, lascia sempre spazio all’interlocutore e a tutte le sue domande, di qualunque tipo esse siano (…) Non esistono domande dei nostri contemporanei che non siano nostre».

Per questo vocabolario, per questo suo passo e per i suoi contenuti, pare che la Lettera sia un contributo non solo importante, ma necessario, oggi per chi abbia a cuore il ristabilirsi di legami autentici, fraterni nella diversità, amicali nelle differenze senza i quali il bene più prezioso di una società, il tessuto di fiducia che è il primissimo valore e ricchezza, non può che assottigliarsi ancora.

Come ha scritto un pensatore laico, Giorgio Agabem , «senza fede o fiducia, non è possibile futuro, c’è futuro solo se possiamo sperare o credere in qualcosa». Perché il Pil se tornerà a crescere ma sparirà ancor di più questa trama di fiducia e di speranza, ci troveremo a vivere in una società un po’ più disumana, con meno lavoro, senza giorno e senza notte, senza scansione tra tempo di lavoro e di festa, e noi saremo soltanto un po’ più vecchi di cinque anni fa. Il contributo dell’Arcivescovo di Milano a me pare si collochi proprio qui e qui trovi, nella mitezza del suo linguaggio, la grandezza del suo invito. Da non disperdere, da non lasciar cadere.

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