Redazione

Il mattino dopo i pellegrini si alzano stiracchiandosi nella nebbia, ritrovandosi, salutandosi nelle varie lingue. Cerco di raggiungere il padiglione dell’adorazione, ma arrivo troppo tardi, chiuso. Mi dirigo allora verso uno degli infopoint, desideroso di comprarmi un gadget di ricordo, e intanto parlo con la gente, che mi racconta le emozioni che la veglia ha suscitato in loro. L’infopoint però chiude non appena arrivo io: tra poco comincia la messa col Papa. Ritorno quindi al mio posto. La messa conclusiva di una Gmg è sempre una grande esperienza, emozionante coinvolgente.

Tutti seguono con diligenza, ma sotto sotto attendono con trepidazione l’omelia: che ci dirà? Il discorso di Ratzingher però stupisce un po’ tutti, specialmente quelli che erano abituati a Giovanni Paolo, che strappava un applauso a ogni frase. L’omelia è ricca di riferimenti teologici, dotta. A un certo punto, come un vero professore, il Papa si sofferma sull’etimologia della parola “Eucarestia”. Sembra davvero una lezione. Ma lo sconcerto iniziale viene presto superato: Benedetto è così, questo è il suo modo di comunicare, magari meno immediato ma sicuramente altrettanto significativo.

La premessa teologica porta poi a un discorso di attualità: «Cari giovani, non lasciatevi trarre in inganno dalle tante sette, non perdete la vera fede» e, quando Benedetto si risiede, ha ormai conquistato i giovani, che ne scandiscono il nome a gran voce. Il momento della Messa che più ho apprezzato, però, è lo scambio della pace, cui è stato dedicato giustamente molto tempo: mi sono perso nella folla e negli abbracci, commosso.

Terminata la messa, il gruppo si ricompatta, arrivano anche i preti che ci avevano lasciati per andare a concelebrare e ci dirigiamo verso l’uscita. Qui la macchina dell’organizzazione colpisce ancora. Centinaia di migliaia di persone sono schiacciate nel disordinato tentativo di uscire da un unico varco. E, dopo essere usciti a grande fatica, il gruppo spezzettato in tronconi dispersi, camminiamo nella campagna infangata, mentre lontano vediamo la gente affollare le due entrate del paesino di Horrem. A un tratto un soldato sale su una camionetta e al megafono dice nelle diverse lingue: «La cittadina di Horrem è chiusa».

La cittadina di Horrem è chiusa, roba da film di guerra. Ricompattiamo il gruppo e discutiamo animatamente sulla decisione da prendere. Alla fine si sceglie di andare verso la successiva stazione di Sindorf a piedi. Così ci incamminiamo. Io sono veramente stremato, non ho mangiato a pranzo (il rancio delle scatolette era veramente pessimo) sento molto il peso della tenda e dello zaino. Però, non appena entriamo in paese, il morale si risolleva di colpo: la gente ha capito la nostra difficoltà ed esce dalle case offrendo bevande calde e cibarie.

Una signora mi porge una provvidenziale bomba energetica: torta con sopra burro e nutella. Colpito dalla generosità del gesto e rinfrancato, cammino col gruppo. Ora tutti vivono più serenamente la cosa: si canta, si chiacchera, si ride, e questa festosa processione arriva infine alla stazione di Siegburg. Lì, dopo un’ora e mezza di attesa riusciamo a prendere il treno, giungere a Duren e prendere il pullman, che parte alle 19. Dopo una breve sosta per la cena in un autogrill alle 23, il viaggio continua nella notte e raggiungiamo Cogliate alle 6 di lunedì 22 agosto. Assonnati e stanchi ma sorridenti.

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